Venetian Heritage (Toto Bergamo Rossi, Valentina Farace)
L’opera, ritrovata presso il Pensionato di Muneghette durante un intervento di restauro (1973-1976), è attualmente conservata presso l’I.R.E. Istituzioni di Ricovero ed Educazione a Venezia.
Il gruppo scultoreo è stato pensato per essere collocato, probabilmente, in posizione sopraelevata, all’interno di una nicchia. Ciò è intuibile dalla modellazione e dalla posizione dei personaggi: la Vergine infatti è rappresentata nell’atto di sollevarsi mentre porge il Bambino verso il basso, presumibilmente verso i fedeli, che quindi avrebbero dovuto guardare l’opera volgendo lo sguardo in alto. A destra e a sinistra della Vergine sono raffigurati due putti, anch’essi con il volto rivolto verso il basso e leggermente ruotato all’indietro, in direzione opposta tra di loro.
In passato si è ipotizzato che l’opera potesse essere un modello predisposto per il calco in cera e la successiva fusione in bronzo. Secondo interpretazioni più recenti si tratterebbe invece di un’opera compiuta fine a se stessa e non strumentale alla trasposizione in un materiale più nobile.
Dal Seicento all’Ottocento, il gruppo scultoreo ha subito diverse manomissioni consistenti in una gessatura, una successiva doratura, cui sono seguite diverse ridipinture e l’inserimento di strati di carta in corrispondenza delle mancanze.
In un precedente intervento di restauro (1976-1977) sono state rimosse le varie ridipinture e la doratura, privilegiando così un’opera dall’aspetto monocromo.
Da un’analisi visiva preliminare si evince che la Madonna, il Bambino e i due puttini sono figure vuote costituite da strati di tela, gesso e da alcune parti di carta.
È ipotizzabile quindi che le figure siano state realizzate partendo da un modello in cera o argilla, da cui sono state ricavate forme negative in cui, successivamente, è stata colata la preparazione gessosa e, per dare maggior sostegno all’intero gruppo scultoreo, sono stati aggiunti diversi strati di tela. In alcuni punti si nota la presenza di uno spessore di carta. Le figure sono poi state assemblate dal panneggio della veste della Vergine per modellazione diretta, usando tela gessata poi rifinita in modo analogo alle altre figure.
L’opera poggia su una base lignea centinata anteriormente, non originale. Lungo il bordo della base, è fissata una fascia di legno che occulta la tela sottostante. Sulla parte tergale, dalla base fino ai tre quarti di altezza, vi è un’apertura, probabilmente non coeva all’opera. Tale apertura è chiusa, a sua volta, da un montante in legno posto verticalmente all’interno della scultura.
Le indagini radiografiche evidenziano la presenza di altri elementi si sostegno: un’asse lungo dalla base al ginocchio destro della Vergine e poggiante sul montante; un elemento ligneo dal profilo circolare posto all’interno del braccio sinistro della Vergine e dei perni metallici all’interno delle gambe e del braccio sinistro del Bambino.
Per quanto riguarda la pellicola pittorica, l’opera è monocroma, realizzata con un pigmento giallo pallido a base di biacca.
La struttura di sostegno, composta dalla pedana alla base e dall’asse lignea posta sul retro, non sembrava essere originale, in quanto non teneva conto dell’ingombro delle porzioni anatomiche mancanti sulle figure dei putti e fissava il gruppo in una posizione inclinata verso sinistra. In basso a destra, sotto la tela di supporto, vi era infatti anche un listello ligneo che ha causato una deformazione della tela stessa (sollevandola di 2-3 cm dalla base) e ha provocato il mal posizionamento del piede del putto alla sinistra della Vergine.
L’opera presentava diverse mancanze, tra cui in particolare: la parte sommitale del capo della Vergine; la tibia e il piede destro e la gamba sinistra del putto alla destra della Vergine; parte del braccio destro e il pollice della mano sinistra del Bambino e la tibia della gamba destra del putto alla sinistra di quest’ultimo. Il Bambino nel palmo della mano sinistra ha un foro in cui doveva innestarsi un oggetto da tempo perduto.
In basso, sul manto della Vergine, è ormai visibile solo la tela modellata di supporto, il cui aspetto era imbrunito a causa dei vari depositi incoerenti e di una patinatura frutto dell’intervento di restauro precedente; la parte plastica e la cromia non sono più presenti, fatta eccezione per i piccoli lacerti di colore in basso a destra.
Si presume quindi che in un dato momento questo gruppo scultoreo abbia subito un grave danno dovuto all’umidità, che ha causato la perdita delle parti di modellato sopradescritte; successivamente qualcuno è intervenuto inserendo le tavole di legno di recupero che attualmente fanno da base e struttura di sostegno interna.
Per quanto riguarda gli strati superficiali, costituenti la monocromia, oltre ad una crettatura limitata al corpo del Bambino, si evidenziavano diffusi sollevamenti della pellicola pittorica localizzati sul manto della Vergine, sulla coscia e il ginocchio destro del Bambino, su entrambi i putti e sui lacerti di colore sulla tela in basso a destra. Inoltre erano presenti numerose fessurazioni di differente entità localizzate sulla veste della Vergine, il suo braccio sinistro e sulla caviglia sinistra del putto di fianco al Bambino.
Su tutta la superficie, tracce di colore rosso testimoniano la preparazione ad una doratura oggi non più visibile, se non come residuo.
La leggibilità dell’opera era compromessa dalle numerose stuccature disomogenee, successivamente intonate al colore di fondo e ormai ingiallite. La cromia originale, infatti, ha un tono più freddo, ad imitazione del marmo; i ritocchi, invece, virano su toni caldi come l’ocra. L’aspetto risultava da riordinare esteticamente anche a causa delle diffuse abrasioni di colore bruno-violaceo.
Gli ultimi interventi di restauro documentati risalgono agli anni 1976/77 e 1989.
Il primo, eseguito dai restauratori Rossella Bagarotto e Luigi Savio, era evidentemente finalizzato al recupero della cromia originale. Sono stati eliminati vari strati di doratura e di ridipinture, la cui testimonianza rimane su alcuni tasselli lasciati appositamente dai restauratori.
Il secondo intervento è stato effettuato solo dalla restauratrice Bagarotto. Un incidente durante il trasporto dell’opera da Palazzo Sceriman all’Istituto di Infanzia di Venezia ha causato il distacco della testa del Bambino dal suo corpo. L’intervento di restauro, quindi, ha previsto la riadesione della parte caduta nella sua posizione originale.
Al fine di indagare i materiali costitutivi dell’opera e la tecnica di realizzazione, sono state eseguite le seguenti analisi:
– spot test per la caratterizzazione del materiale cartaceo e della fibra tessile;
– sezioni stratigrafiche con osservazione al MO in luce visibile e UV e al SEM per l’individuazione degli strati pittorici;
– endoscopia e radiografia per l’osservazione della tecnica scultorea;
– XRF per l’analisi qualitativa dei pigmenti.
Dai risultati è emerso che il blu presente su uno dei tasselli di pulitura, lasciati a testimonianza dai restauratori, è blu di Prussia (ferrocianuro ferrico); vi è anche una quantità ridottissima di Cobalto, la quale suggerirebbe la presenza di residui di blu Cobalto. Ciò potrebbe confermare l’ipotesi che tale policromia fosse frutto di un intervento non coevo alla realizzazione dell’opera. La cromia chiara visibile oggi è composta da bianco di Piombo. Le numerose tracce di rosso, visibili su tutta la superficie, compresi gli incarnati, è di incerta identificazione: inizialmente era stata ipotizzata la presenza di bolo (come strato sottostante alla doratura); tuttavia, le analisi hanno rilevato la presenza di Piombo, quindi è ipotizzabile la presenza di un pigmento come il Minio. Il tono potrebbe far pensare anche ad una lacca, ma l’assenza di Potassio e l’impossibilità di valutare lo Zolfo in presenza di Piombo rendono questa ipotesi non verificabile.
L’opera è stata oggetto di due interventi: uno di manutenzione, eseguito nel 2019 e preliminare alla mostra Pietro Aretino e l’arte del Rinascimento (Gallerie degli Uffizi, 27 novembre 2019- 1°marzo 2020), e l’altro a partire dal 2020, tuttora in corso nel laboratorio di restauro dei materiali ceramici, plastici e vitrei.
In occasione della mostra si è deciso di non rimuovere i ritocchi pittorici e di eseguire una riadesione della pellicola pittorica, utilizzando colla di pelli, preveicolata da etanolo. Compatibilmente con i tempi preventivati, si è proceduto ad un intervento di pulitura superficiale, volto alla rimozione dei depositi incoerenti e coerenti, mediante l’uso di Pu Sponge, pennellesse morbide e microaspiratore. Laddove i depositi si presentavano più tenaci, si è proceduto alla loro rimozione mediante l’uso di un’emulsione W/O a base di una soluzione acquosa a pH controllato contenente un chelante e una fase disperdente siliconica. Si è proceduto inoltre alla pulitura del supporto tessile utilizzando un gel rigido di agar contenente una soluzione acquosa a pH controllato, addizionata di un chelante; alcune zone sono state pulite utilizzando un ablatore a ultrasuoni.
Riguardo alla base, si è deciso di procedere allo smontaggio della fascia in legno, non originale e di recente fattura, e alla rimozione del listello ligneo, anch’esso non originale, posto sul lato destro al di sotto della tela di supporto, così da riposizionare il gruppo scultoreo in maniera più corretta. Si è proceduto, quindi, con un intervento di strip lining: differenti strisce di lino, precedentemente lavate e apprettate, sono state fatte aderire alla tela originale mediante adesivo a base di resina acrilica in dispersione acquosa, addensato con Klucel G. Sulle strisce di tela da rifodero sono stati posizionati degli schermi in poliestere, così da permettere una stesura omogenea dell’adesivo mediante spatola. Una volta preparate, sono state posizionate al di sotto della tela originale, rispettando l’andamento della trama e dell’ordito, e tenute ferme con l’ausilio di magneti, fino alla totale asciugatura dell’adesivo stesso. Infine sono state fissate al di sotto della base lignea di sostegno. Tale intervento ha permesso di mettere in sicurezza il supporto tessile alla base e di rimediare alla deformazione della tela, consentendo allo stesso tempo di riposizionare il piede del putto nella posizione corretta.
Dopo la mostra l’opera è rientrata nei laboratori di restauro dell’Opificio, dove si è proceduto alla rimozione dello strato protettivo utilizzando un SSG a base di miscela solvente LE4 (Ligroina 60% ed Etanolo 40%), applicato e lavorato a pennello, rimosso a secco con tampone e seguito da un lavaggio con miscela LE2. Per la rimozione dei ritocchi pittorici alterati si è proceduto invece con una soluzione acquosa a pH 7,5 contenente un tensioattivo ad HLB 10.8 (Ecosurf EH-6), gelificata con gomma Xantano. Per i ritocchi più tenaci e sulle stuccature di difficile rimozione, si è adoperata una soluzione tampone a pH 7,5 contenente un chelante (acido citrico). La soluzione è stata addensata con gomma Xantano, lavorata a pennello e rimossa a tampone. In alternativa, nelle zone in cui la rimozione risultava ancora difficile, è stata adoperata una emulsione polimerica O/W al 5% (fase disperdente: soluzione tampone a pH 7.5 contenente chelante acido citrico, gelificata con gomma Xantano; fase dispersa: alcol benzilico). All’applicazione e lavorazione tramite pennello, è seguito un lavaggio con una soluzione al medesimo pH e conduttività di 1000 μS.
Per la rimozione dei residui di ritocchi, estesi sulla pellicola pittorica (sensibile all’acqua), si è deciso di procedere con una emulsione siliconica al 20% (fase disperdente: Velvesil Plus; fase dispersa: soluzione acquosa a pH 7,5). L’emulsione è stata applicata e lavorata a pennello. Dopo la rimozione a secco, mediante tampone, è seguito un lavaggio con ciclometicone D5.
Le stuccature estese sull’originale sono state rimosse meccanicamente con l’utilizzo di un bisturi a lama mobile.
A maggio 2025 l’opera è stata trasferita presso i laboratori del Settore di restauro dei materiali ceramici, plastici e vitrei, dove è stata sottoposta ad un intervento strutturale volto a recuperare la configurazione originale del gruppo scultoreo. Prima di smontare la struttura è stato effettuato un consolidamento puntuale con iniezioni nelle fessurazioni esistenti di resina Paraloid (soluzione al 30% in acetone), così da rinforzare gli elementi più labili. Il gruppo quindi è stato adagiato in posizione orizzontale grazie alla realizzazione di una controforma in schiuma poliuretanica, in modo che il fronte fosse sostenuto senza schiacciamenti durante lo smontaggio del retro. La rimozione degli elementi lignei ha permesso di osservare l’interno dell’opera, evidenziando la presenza di garze di rinforzo impregnate con resina epossidica bianca (tipo EPO 121 di CTS). Di questo tipo di operazione di consolidamento, sicuramente ascrivibile ad uno dei due interventi di restauro pregressi data la modernità dell’adesivo usato, non c’è documentazione. In questa occasione alcune di queste garze sono state rimosse meccanicamente grazie all’apporto controllato di solvente (acetone) e la tela originale è stata consolidata nella posizione più corretta con una soluzione di Paraloid al 30% in acetone.
La fase successiva è consistita nella realizzazione di un prototipo di struttura portante in ottone e legno, che permettesse di ricostruire la configurazione originale del gruppo. A questo scopo sono state acquisite tramite scanner 3D le anatomie dei putti per modellare gli elementi mancati, ossia il polpaccio del putto di destra e una gamba e un piede del putto di sinistra. Le anatomie sono state stampate in resina e inserite nella composizione, in modo da ottenere la quota zero di appoggio del gruppo scultoreo. Inoltre è stato deciso di modellare anche un elemento di chiusura del capo della Vergine per meglio preservare l’interno dell’opera e restituire una migliore leggibilità al gruppo già fortemente penalizzata dalle lacune di modellato non riconducibili nei panneggi.
Fatte le ultime modifiche, è stato possibile tradurre in acciaio inox la struttura provvisoria in ottone e far sagomare una nuova base in legno di tiglio dal laboratorio di falegnameria dell’Opificio.
La struttura in acciaio inox è composta da un tubo verticale portante sul quale sono inserite a determinate altezze delle barre filettate. Queste ultime hanno lunghezza diversa, a seconda della profondità a cui si trova la superficie del modellato da raggiungere. Vengono fissate in posizione grazie a una coppia di dadi serrati sul tubo, e la loro estremità non spinge direttamente sul modellato ma su una piccola piastra che aiuta a distribuire il carico sulla superficie senza creare tensioni che potrebbero portare a fessure e lacerazioni nello spessore dell’opera.
A compimento di questa fase è stato necessario intervenire nuovamente sul supporto tessile a vista, macchiato dai consolidamenti, che è stato pulito mediante l’utilizzo del laser LQS.
Successivamente sono state eseguite stuccature in gesso e colla in corrispondenza delle piccole lacune riconducibili e delle fessurazioni. Gli elementi stampati in resina sono stati fissati con punti di colla termoplastica e le linee di giunzione sono state stuccate con lo stesso impasto a base di gesso e colla. Le superfici delle integrazioni in resina sono state dipinte con colore bianco ai silicati Keim che ha fatto da preparazione al ritocco pittorico. Quest’ultimo è stato effettuato sulle stuccature e sulle ricostruzioni con colori acquerello. Infine queste superfici sono state protette con Regal Varnish Matt.
Resta ad oggi (maggio 2026) da completare la fase di integrazione della tela alla base della scultura, tramite un intervento di strip lining del tutto simile a quello già effettuato, ma con strisce più lunghe, dal momento che l’opera risulta leggermente più alta dopo l’inserimento del modellato 3D.
Sgarbi V., 1979, “Una Madonna di Jacopo Sansovino”, in Nuova Italia scientifica n. 8/79.
Boucher B., 1980, “The Madonna delle Muneghette”, in Burlington Magazine n.1/1980.
Pilo G.M., 1985, La Chiesa dello ‘Spedaletto in Venezia, p.238-239.
AA.VV., 1992,IRE: i restauri del patrimonio monumentale e d’arte. Mostra in occasione del XX Premio Torta, p. 108.
Mostre: 1993, Venezia, IRE, I restauri del patrimonio monumentale e d’arte;
27 novembre 2019 – 1 marzo 2020, Firenze, Gallerie degli Uffizi, Pietro Aretino e l’arte del Rinascimento;
28 Settembre – 6 Ottobre 2024, Firenze, Palazzo Corsini, 33° edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato.
Sezione successiva
