SABAP per le province di Siena, Grosseto e Arezzo (il dirigente Gabriele Nannetti e il funzionario di zona Jane Donnini)
Paola Francioni, promotrice del restauro (associazione Proartibus)
Comune di Terranuova Bracciolini
Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze
Scuola Edile di Arezzo (Andrea Bigazzi)
Scuola Edile di Poix Terron delle Ardenne
Giovanni e Michelangelo Rotella, supporto logistico
L’opera, risalente al periodo che va dalla fine del ‘400 ad inizio ‘500, è attribuita ad Agnolo di Polo, plasticatore del Rinascimento fiorentino formatosi alla scuola del Verrocchio e collaboratore di Giovanni della Robbia. La sua collocazione originaria non è nota, ma si presume che sia stata trasferita nella posizione attuale dopo il 1583. In quella occasione, lo spesso muro in pietra di fondo della chiesa è stato parzialmente demolito e subito ricostruito in mattoni con uno spessore inferiore, in modo da ricavare la nicchia di circa trenta centimetri che accoglie l’opera sull’altare centrale.
Le teste delle sculture sono modellate a tutto tondo, mentre i corpi sono altorilievi divisi in più pezzi di cottura svuotati dal retro. Le figure in terracotta sono poi state dipinte a freddo su una preparazione a base di calce.
Lo sfondo, di cui non si conosce l’autore, è una pittura murale a tecnica mista (affresco e tempera) che raffigura una ambientazione in esterno: si riconoscono un ruscello, una casa in lontananza, rami di un albero e cielo stellato.
Lo stato di conservazione delle figure ceramiche apparve da subito precario, non solo per quanto concerne lo strato pittorico, ma anche e soprattutto dal punto di vista statico. Venne quindi deciso di smontare le opere dalla muratura per agevolarne il restauro e indagare lo stato di conservazione del supporto, che si mostrò ormai inadeguato alla sua funzione, essendo completamente saturo di sali e di umidità.
La pittura murale originaria era coperta da motivi decorativi geometrici da far risalire agli anni 30 del secolo scorso.
Le figure in terracotta erano state soggette a interventi di ricostruzione con malta delle parti mancanti (verosimilmente danneggiatesi durante lo smontaggio dalla collocazione originaria) e interventi di ridipintura, e mostravano fenomeni di esfoliazione ed efflorescenze saline.
Molteplici ridipinture non documentate sulle sculture (fino a tre in alcuni casi) e sul fondo.
Prelievi stratigrafici indagati in sezione sottile al SEM e con FTIR.
L’intervento di restauro è iniziato con il delicato smontaggio delle sculture dalla parete, a seguito del quale è stato possibile procedere con lo stacco, per mano di Fabrizio Bandini, dell’intonaco dipinto.
Successivamente, il muro retrostante in mattoni pieni, irrimediabilmente danneggiato dall’umidità, è stato demolito dall’esterno della chiesa e ricostruito in pietra con la tecnica del “cuci-scuci”. La nuova parete è ventilata, perché dal lato interno della chiesa è stata costruita una muratura in mattoni, lasciando un’intercapedine con il paramento lapideo. Le operazioni sono state eseguite dagli studenti della Scuola Edile di Poix Terron delle Ardenne coordinati dai tecnici della Scuola Edile di Arezzo.
La pittura murale seicentesca è stata restaurata da Philip Kron Morelli e da lui montata su un pannello indeformabile di materiale inerte (resina, fibre di vetro e struttura interna alveolare in alluminio), fissato alla nuova parete in mattoni per mezzo di lunghi tasselli. Questo pannello, insieme alla parete ventilata, isola completamente sia la pittura murale che il gruppo in terracotta policroma dall’eventuale umidità trasmessa dalle murature. Grazie al restauro, oggi è possibile apprezzare dettagli finora nascosti, come la casa in riva al corso d’acqua a sinistra della figura di San Nicola (porzione eseguita “a buon fresco”), oppure le stelle sullo sfondo (pittura murale). Della parte alta dell’intonaco originale non è rimasto più nulla, ed è stata quindi integrata con un colore monocromo che riprende i toni verdi delle porzioni adiacenti.
Le sculture, spostate nella chiesa dopo il 1583, sono state liberate dalle ricostruzioni in malta e dalle numerose ridipinture, portando alla luce i colori originali grazie al paziente lavoro di Stefania Bracci e Francesca Rossi. Le figure di San Nicola e di San Pietro sono divise ciascuna in tre pezzi di cottura, oggi sottolineati dall’inserimento di giunti sagomati che migliorano la stabilità reciproca tra i pezzi. Anche la Madonna con Bambino è foggiata in tre pezzi: la parte inferiore della Vergine infatti è separata dal busto, mentre le mani sono attaccate alla figura del Bambino, fissato sulle gambe della Madonna tramite un perno in fibra di vetro e resina che va a sostituire un lungo ferro arrugginito.
Sul retro delle sculture sono stati realizzati dei diaframmi orizzontali in pasta epossidica, sui quali sono state fissate le staffe che ancorano i pezzi ceramici al pannello retrostante. Ulteriori viti, inserite dal fronte sulle ricostruzioni in pasta epossidica, assicurano le porzioni superiori delle tre sculture al pannello di supporto. Questo sistema di montaggio è stato progettato e realizzato dal funzionario restauratore dell’Opificio delle Pietre Dure Chiara Fornari.
Indispensabile è stato il supporto tecnico e logistico ai lavori di restauro offerto in più fasi di cantiere da Giovanni e Michelangelo Rotella. Tutti i materiali impiegati per il restauro sono reversibili e le superfici ritrattabili, nel completo rispetto dell’integrità dell’opera.
Sezione successiva
