Museo Collezione Salce (Treviso),
INO CNR , ISPC CNR, ENEA
Eseguito nel 1896 per incarico di Antoine Cassan come strumento promozionale della sua stamperia, il manifesto si colloca nella fase parigina di Alphonse Mucha. L’opera rielabora gli schemi compositivi e stilistici già sperimentati in Gismonda, il celebre manifesto realizzato per Sarah Bernhardt che consacrò la notorietà dell’artista. Attraverso la raffigurazione di una donna accanto a un tipografo e la presenza del torchio litografico, il manifesto esalta la dimensione artigianale della stampa. In questa occasione, Mucha inserì inoltre, per la prima volta nell’ambito della grafica pubblicitaria, richiami al simbolismo occultista, massonico e rosacrociano.
Il manifesto cromolitografico è costituito da due fogli stampati separatamente, con almeno sette matrici ciascuno, giuntati a metà dell’altezza
Sebbene le componenti intrinseche del manufatto (carta industriale sbiancata, inchiostri con ali siccativi e resine, lega di ottone per le decorazioni a bronzatura) fossero già potenzialmente in grado di favorire fenomeni di ossidazione e idrolisi della carta, la principale causa del deterioramento era dovuta alla quasi totale foderatura del verso del manifesto, eseguita dal collezionista, mediante nastri adesivi (PSAT) con supporto cartaceo e adesivo a base di gomma naturale. A causa di ciò, il supporto ha subito tensioni, accentuate deformazioni, lacerazioni e frammentazioni. Parallelamente, i nastri adesivi, costituiti da acrilonitrile-butadiene-stirene (ABS) e da un copolimero a blocchi stirene-isoprene (SIS), ormai reticolati, hanno favorito l’ossidazione e idrolisi della cellulosa, determinando la comparsa di macchie brune, una lieve traslucenza, l’aumento dell’acidità e una significativa perdita delle proprietà meccaniche della carta.
Gli PSAT sono stati posizionati da Ferdinando Salce, il più importante collezionista di arte grafica pubblicitaria del Novecento, probabilmente per rimediare alle lacerazioni createsi lungo la piegatura del manifesto, nonché dai montaggi predisposti durante l’uso e le esposizioni.
L’intervento, particolarmente complesso, ha richiesto una costante riflessione critica soprattutto nelle operazioni di messa in sicurezza, rimozione dei masking tape e foderatura. Fondamentali sono stati i test sui veli precollati utilizzati per velinatura, fermatura degli strappi e spianamento, volti a garantire protezione, reversibilità e minima interazione con il manufatto. Il restauro ha inoltre permesso di approfondire le problematiche legate alla rimozione dei nastri adesivi, evidenziandone limiti e criticità. Sono state infine sperimentate tecniche innovative, come la biopulitura batterica e il plasma freddo atmosferico, che hanno dato risultati promettenti sui mock-up in termini di selettività e gradualità, ma che non è stato possibile applicare sul manifesto, data l’estensione del danno. Per evitare la migrazione dei residui adesivi sul recto del manifesto è stato escluso l’uso di solventi. Si è dunque optato per la rimozione meccanica a secco, eseguita mediante micromotore e bisturi, dopo aver assicurato i numerosi frammenti dal recto tramite velature precollate con Klucel G al 4% in soluzione idroalcolica. Una volta completata la rimozione dei PSAT, l’opera è stata consolidata, risarcita e spianata integralmente tramite una foderatura in carta giapponese Japico Shibori M8 (fibra di kozo, 28 g/m²), progettata per preservare sia la leggerezza sia la percezione visiva originale del manifesto. I margini eccedenti della foderatura hanno consentito il tensionamento dell’affiche su un supporto in Foam Board, dotato di passe-partout e coperchio.
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