Il bronzo, in origine appartenente alla raccolta di antichità di Ippolito Vitelleschi, nel 1672 fu acquisito da Leopoldo de’ Medici e nel 1677 fu trasferito nella Galleria degli Uffizi, da dove passò nel Museo Archeologico di Palazzo della Crocetta.
L’analisi stilistica ha consentito di collocare la testa in età adrianea, riconoscendovi una figura femminile ideale di gusto classicista, vicina ai modelli post-fidiaci e prassitelici, e di escluderne l’identificazione con Livia, ipotizzando un’origine romana d’ambito cultuale o votivo.
La testa si configura come una porzione di un bronzo monumentale concepito in origine dorato con la tecnica a foglia, almeno in gran parte. Dal punto di vista tecnico l’opera è realizzata mediante una fusione a cera persa con metodo indiretto.
Una delle particolarità della testa sono le patinature superficiali di variabile colore e consistenza, dal grigio-bruno chiaro, al nero e al verde intenso con affioramenti giallastri. In particolare, sul lato destro, si osserva uno strato discontinuo e consistente con impresse le impronte delle radici del terreno, indizio che farebbe presupporre la provenienza del reperto da un contesto di scavo. Tali incrostazioni e le fittizie ʻscialbature,ʼ a coprire punti di riparazione, sono ipoteticamente da ricondurre ad interventi successivi da collocare alla fine del XIX sec. Presenza anche di saldobrasature avvenute nel periodo di permanenza nella collezione di antichità della Galleria degli Uffizi.
Appena percettibili tracce di doratura in corrispondenza degli occhi.
Acquistata da Leopoldo de’ Medici nel 1672, la scultura fu oggetto di interventi coerenti con i canoni estetici dell’epoca. Tra Settecento e Ottocento le patine originali furono rimosse o modificate: dapprima ricoperte con vernice scura (nero lorenese), poi artificialmente patinate di verde, in linea con il gusto “archeologico” ottocentesco, fino al recupero filologico contemporaneo.
La testa femminile inizialmente è stata sottoposta ad indagini fotografiche a scopo documentativo (in luce diffusa-LV, in luce radente-LR e Fluorescenza UV), a scansione tridimensionale e indagini radiografiche in corrispondenza dell’inserzione del diadema, antico ma non pertinente all’opera.
La strategia operativa ha previsto una campagna diagnostica estensiva volta alla caratterizzazione delle leghe, delle saldature storiche e delle patinature arbitrarie.
In coordinazione con il Laboratorio Scientifico dell’OPD, le indagini propedeutiche all’intervento di pulitura di tipo non invasivo (FTIR-p e XRF) e i micro-campionamenti sono stati eseguiti allo scopo di caratterizzare i materiali superficiali estranei all’opera e di mappare gli interventi pregressi.
Le indagini sulla superficie hanno rivelato una successione complessa di interventi pregressi: saldature e integrazioni seicentesche, vernici scure settecentesche in traccia (“nero lorenese”), patinature artificiali verdi-giallastre con composti di vanadio di fine Ottocento, volte a imitare il colore archeologico da scavo. Inoltre, sono state rintracciate tracce di doratura a foglia di spessori minimi, applicata in antico senza missione, oggi lacunosa ma ben riconoscibile in più punti del volto e del collo.
L’intervento conservativo ha previsto la rimozione selettiva degli strati alteranti e non pertinenti all’opera originaria mediante una metodologia combinata: pulitura laser in modalità Short Free Running a basse fluenze operative, coadiuvata da gel fisici e chimici ecocompatibili a base acquosa, interposti come mezzo bagnante. Tale tecnica ha consentito di liberare progressivamente la superficie dalle vernici e trattamenti storici senza compromettere le patine antiche, recuperando le finiture originali e le aree dorate, pur lacerate. La fase conclusiva ha previsto l’applicazione di un protettivo reversibile a base di fluoroelastomeri e polimeri acrilici, resistente ai raggi UV.
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