La phiale è una antica tipologia di recipiente per liquidi, in ceramica o metallo, connesso al rituale della libagione alle divinità. L’avvallamento centrale (omphalos) aveva funzione pratica, agevolando la presa dell’oggetto, che avveniva con una sola mano.
L’opera in questione faceva parte, assieme ad altri reperti in bronzo, del corredo di una sepoltura di rango piuttosto elevato, rinvenuta nel Podere di Scadurano, fra Portico di Romagna e Rocca San Casciano (FC) ed entrata a far parte delle collezioni granducali nel 1757.
La phiale è realizzata in lamina di argento tirata a martello, in modo da ottenere una vasca quasi emisferica. Dodici spighe lavorate ad alto sbalzo si dipartono radialmente dall’omphalos emisferico centrale. Gli spazi tra le spighe sono riempiti da due altri ordini di spighe, progressivamente dimezzati in altezza.
La phiale si presentava in discreto stato di conservazione, considerandone l’antichità e il lungo interramento. Tuttavia l’oggetto ha subito significativi danni meccanici, specialmente una frattura deformante della lamina su una delle spighe del secondo registro e una più generale deformazione che ne ha alterato la perfetta circolarità. La superficie metallica è caratterizzata da una diffusa microporosità, causata probabilmente dalla corrosione differenziale di alcuni elementi contenuti nella lega metallica durante la lunga giacitura nel terreno. Questa alterazione interessa in modo difforme le due superfici: quella interna appare molto opaca, dovuta presumibilmente a una maggiore porosità, mentre quella esterna ha conservato meglio la lucentezza metallica. La superficie era anche interessata da una diffusa alterazione cromatica, con varie sfumature di giallo, arancione, viola e blu, fino a giungere al nero, tipica manifestazione dei vari stadi di solfurazione dell’argento.
Caratterizzazione dei materiali costitutivi e dei prodotti di alterazione.
La caratterizzazione dei materiali ha permesso di accertare l’assenza di doratura dalle superfici, che avrebbe potuto confondersi con le tonalità giallastre della solfurazione. La phiale, quindi, è stata realizzata esclusivamente in argento, senza ulteriori trattamenti superficiali. Scopo dell’intervento di restauro è stato quello di eliminare i prodotti di alterazione e di restituire una migliore lettura dell’opera attraverso l’uso di solventi, soluzioni complessanti gelificate e leggera rimozione delle solfurazioni. La superficie è infine stata protetta con la stesura di vernice alla nitrocellulosa.
A. Patera, M. Benvenuti, M. Yanagishita, A. Cagnini, S. Porcinai, Una phiale in argento del Museo Archeologico Nazionale di Firenze: aspetti tecnici e conservativi, in OPD Restauro, Vol. 27 (2015), pp. 245-254.
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