Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze possiede una ricchissima collezione di modelli botanici in cera, realizzati tra la fine del XVIII secolo e la seconda metà del secolo successivo, raffiguranti piante in vaso a grandezza naturale. Gli artisti che eseguirono questi 184 modelli sono i ceroplasti più illustri che lavoravano all’interno dell’Officina dell’Imperiale e Reale Museo di Fisica e Storia Naturale: Clemente Susini (1754-1814), Francesco Calenzuoli (1796-1847) e suo figlio Carlo, Luigi Calamai (1800-1851) e infine, Egisto Tortori (1829-1893), alla cui morte l’attività dell’Officina si concluse.
La collezione aveva una funzione didattico-divulgativa, nonché documentaria, trattandosi per la maggior parte di riproduzioni di piante esotiche che non crescevano in Italia e in Europa, ma che provenivano dalle esplorazioni naturalistiche dell’America Latina, del Sud Africa e dell’estremo Oriente.
Il restauro dei modelli, realizzato nell’arco temporale di dieci anni, è stato possibile grazie all’impegno dell’Università di Firenze e ai preziosi sostegni dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, ma anche di donazioni private, che negli anni hanno portato al recupero di tutta la collezione botanica. Dal 2024, le splendide piante in cera sono tornate visibili al pubblico nelle nuove sale espositive del Museo della Specola.
La capacità tecnica di lavorazione della cera ha trovato sicuramente uno dei suoi massimi raggiungimenti nella realizzazione dei modelli botanici creati a grandezza naturale, ognuno dei quali riproduce la pianta in fiore.
Per quanto riguarda i materiali costitutivi, le indagini chimiche, eseguite dal Laboratorio Scientifico, hanno rilevato l’utilizzo di cera d’api vergine addizionata con resine naturali e colorata con pigmenti organici ed inorganici, confermando le medesime materie prime utilizzate per tutta la produzione ceroplastica uscita dalla manifattura della Specola.
Tutti i modelli sono stati eseguiti mediante calco della pianta reale e colaggio di cera pigmentata allo stato di fusione all’interno delle forme in gesso. Le varie porzioni riprodotte venivano poi riassemblate, rifinite e dipinte per l’ottenimento delle sfumature cromatiche. La struttura interna che sostiene la pianta è costituita da un’armatura metallica, diversa a seconda della specie riprodotta. Attraverso l’esame radiografico realizzato sulla Plumeria alba e sulla Amaryllis reginae, si è potuto osservare la struttura interna costituita da un fascio di fili metallici intrecciati di diverse dimensioni. Nel modello di Bromelia ananas sono state riscontrate lastre di argento per sostenere le foglie più pesanti, ma anche sottili fili di cotone o seta collocati all’interno dei petali o dei pistilli.
I vasi in porcellana che contengono le piante sono coevi alla realizzazione delle cere, eseguiti appositamente dalla manifattura Ginori di Doccia. Le piante più pesanti sono bloccate all’interno del vaso con un riempimento in gesso, nascosto da uno strato di terriccio naturale, diverso a seconda dell’habitat della pianta.
La particolarità dei modelli botanici, risiede nell’impiego di molteplici materiali per il raggiungimento dell’imitazione della realtà; in alcuni casi i ceroplasti facevano riferimento all’inserimento di parti vere, come nel caso delle piante grasse, le cui spine sono prelevate da esemplari in natura. In altri casi, venivano impiegati materiali diversi, come la peluria riscontrata sul fusto e sul retro delle foglie o le minuscole perline di colla animale, applicate per simulare i peli ghiandolari che ricoprono la pianta. Le piante grasse invece, presentano una patina biancastra superficiale ad imitazione dell’aspetto naturale.
Alcuni modelli mostrano, in aggiunta alla pianta, una raffinatissima conchiglia di porcellana, che serviva all’esposizione di un dettaglio del fiore o del frutto, che poteva essere raffigurato o per intero o in sezione.
Tra le opere in cera, i modelli botanici fanno parte di quella categoria di manufatti estremamente vulnerabile, a causa della complessa morfologia e della delicatezza che li contraddistingue. Le sottilissime parti che compongono le opere sono costituite da una cera che nel tempo è invecchiata, perdendo le caratteristiche di plasticità iniziali che hanno reso la materia fragile e cristallina.
La superficie è particolarmente recettiva ai depositi di particellato atmosferico; lo spesso strato di sporco alterava gran parte della cromia originale dei modelli attenuando la brillantezza e la vivacità dei colori, che risultavano ingrigiti e opachi.
Tutte le piante della collezione presentavano estese rotture, con presenza di numerosi frammenti erratici. Le fratture, localizzate lungo il fusto o le foglie, avevano lasciato scoperti i sostegni metallici interni. Grazie a queste armature interne, così come alla presenza dei fili di cotone e seta localizzati nei petali e nei pistilli, si sono conservate le parti di modellato più fragili che, diversamente, in caso di distacco sarebbero andate perdute. Gran parte dei modelli presentavano comunque la perdita totale di alcune foglie e alcuni petali.
I vasi in porcellana che contengono le piante sono tutti della stessa dimensione, indipendentemente dalla specie riprodotta. Tale diseguaglianza ha comportato gravi problemi di stabilità nelle piante alte fino a un metro, con pericolo di caduta e con una pendenza forzata che ha creato numerose fratture lungo il fusto. Anche in questi casi, è stata vitale la presenza dei fili metallici interni, la cui flessibilità ha evitato la rottura netta dei fusti più alti.
La pulitura dei modelli è stata piuttosto difficoltosa e lunga, a causa della fragilità della materia e della difficoltà oggettiva nel raggiungere le parti interne alla pianta. In relazione ai depositi da rimuovere, più o meno adesi alla superficie, sono stati studiati diversi strumenti e metodologie. Per intervenire sulle parti di modellato più complesse, come i folti ciuffi di petali o l’interno delle corolle dei fiori, è stato impiegato un vaporizzatore a getto regolabile per temperatura e intensità, per ammorbidire gradualmente lo sporco e ridurre al minimo l’azione di sfregamento superficiale. La pulitura è stata eseguita con acqua deionizzata e tensioattivo neutro, coadiuvata da microbrush dentistici e completata con un passaggio di vapore per l’eliminazione dei residui di tensioattivo. Dove lo strato di sporco risultava particolarmente adeso alla superficie è stata impiegata una soluzione di carbonato di ammonio, seguita da risciacquo con acqua deionizzata. Dopo la pulitura si sono riscoperti colori brillanti, intensi e dettagli pittorici di grande effetto e raffinatezza, come i cerchi concentrici del legno in sezione o le velature superficiali per le sfumature dei petali.
Per quanto riguarda le integrazioni materiche, è stato deciso di restituire alle piante una completezza formale, dalle foglie ai petali, per valorizzare il manufatto e preservare l’intento documentativo e divulgativo. Le ricostruzioni sono state eseguite con un impasto costituito da paraffina e cera microcristallina pigmentata allo stato di fusione con pigmenti in polvere, per l’ottenimento di una palette di diversi colori e sfumature utili all’intervento.
Per le integrazioni di piccola e media entità sono state realizzate delle sottili lastre a tono con l’originale, opportunamente lavorate con strumenti dentistici per imitare la texture originale, ritagliate della forma desiderata e unite all’originale con termocauterio. Con questo metodo si è potuto ricostruire piccole parti di foglie, ma anche petali interamente mancanti.
Per la ricostruzione delle foglie mancanti, sono stati prelevati degli esemplari naturali presenti nella Serra dell’Orto Botanico dell’Università di Firenze, sui quali è stato effettuato un calco in silicone utile per la riproduzione a colaggio della foglia in cera. La foglia di nuova realizzazione è stata poi scaldata ed arcuata per ritrovare quella naturale movimentazione e riposizionata al modello, mediante saldatura dei margini con termocauterio. In alcuni casi, si è reso necessario un ritocco pittoricio con colori a vernice.
I modelli molto alti e pesanti, la cui instabilità era causata da una sproporzione rispetto al piccolo vaso contenitivo, sono stati stabilizzati con l’aiuto di un supporto in Plexiglas®, di diametro maggiore rispetto al vaso, dove quest’ultimo di inserisce in un apposito scasso. Sulla base è avvitata un’asta che circa a metà dell’altezza della pianta si aggancia al fusto, limitando la flessione e recuperando la verticalità.
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