Giulia Basilissi della DRM della Toscana, per la direzione dei lavori di restauro
Roberto Singuaroli e Marco Loia del Laboratorio di Elettrotecnica e Misure del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Firenze con il laboratorio congiunto di Ateneo Misure e Metodi per la qualificazione e l’affidabilità in collaborazione con Analytical s.r.l., per le analisi meccaniche
Daniele Ciappi, per le indagini RX
Il gruppo scultoreo proviene dal Museo Ginori di Sesto Fiorentino e fa parte di un’ampia collezione di ceroplastiche realizzate all’interno della Manifattura di Doccia, una delle più rilevanti e pionieristiche manifatture di porcellane europee fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori.
La Pietà è stata realizzata a calco, mediante l’impiego delle forme originali in gesso realizzate dallo scultore tardobarocco Massimiliano Soldani Benzi nel 1708, che Carlo Ginori acquistò dagli eredi dell’artista nel 1744. Il modello in cera non era destinato alla vendita, ma era impiegato come campionario per le porcellane che la Manifattura era in grado di realizzare.
L’opera è stata realizzata mediante colaggio della cera fusa all’interno delle 54 forme a tasselli. A questo, è seguito un unteriore colaggio di gesso, inserito con la funzione di rinforzo. Le diverse parti che compongono l’opera sono unite tra loro mediante perni metallici, individuati grazie all’indagine radiografica dell’opera. Sulla superficie sono visibili i segni caratteristici lasciati dall’impiego delle forme a tasselli (le cosiddette “bave”) e una spessa patinatura bruna realizzata probabilmente per uniformare le opere al resto della collezione. L’impasto è di colore rosso, tipico delle cere Ginori, composto da cera d’api addizionata di una resina pinacea e pigmenti.
L’opera era investita da un cospicuo deposito superficiale, sia incoerente che coerente, che comprometteva la lettura del modellato e la luminosità della superficie.
La cera era attraversata da un esteso reticolo di crettaure, sia capillari che più ampie, maggiormente concentrate sulle figure. Tale degrado, tipico dei manufatti realizzati dalla compresenza di cera e gesso, è dovuto alle diverse caratteristiche chimico-fisiche e meccaniche dei materiali, che rispondono in modo diverso agli sbalzi termo-igrometrici. Inoltre, la cera, invecchiando perde la sua peculiare plasticità, irrigidendosi e amplificando il fenomeno di degrado.
Erano presenti inoltre distacchi della cera, che in alcuni casi, avevano portato alla caduta di alcune porzioni di materia e a marcate deformazioni, come ad esempio nel retro del sarcofago. Su questo, lo strato ceroso si era staccato dal gesso sottostante e si era protruso verso l‘esterno, causando delle modifiche alla lettura dei volumi dell’opera.
L’opera nel tempo ha subito degli interventi di restauro non documentati, che risultavano ormai non più adeguati, come vecchie stuccature a cera e incollaggi ormai degradati. Dalle analisi chimiche, le colle impiegate sono risultate sia di origine animale, presumibilmente più antiche, sia vinilica, che testimoniano invece interventi effettuati in epoca recente.
Sono stati effettuate analisi FTIR su campioni di cera, della patinatura superficiale, dei collanti e dello stucco impiegati nei precenti interventi. La GC-MS è stata condotta per caratterizzare i componenti specifici dell’impasto ceroso. L’RX è stata eseguita per la comprensione della disposizione dei perni metallici di raccordo tra le diverse parti che compongono l’opera.
Il restauro è iniziato con un intervento di spolveratura generale con micro aspirapolvere regolabile e pennelli a setole morbide, mentre per la rimozione dei depositi coerenti è stata svolta una pulitura per via chimica differenziata, con saliva artificiale a pH 6.30 nei personaggi e soluzione tampone a pH 7.5 nel sarcofago.
Le vecchie integrazioni e fermature in cera, ormai crettate, sono state rimosse meccanicamente.
Per gli interventi di incollaggio finalizzati alla riadesione dei frammenti, sono state adottate metodologie e prodotti differenziati in base alle tipologie di distacco e alle parti interessate. I frammenti più piccoli e leggeri sono stati ricongiunti con Aquazol®500 diluito al 40%, quelli più pesanti e difficili da mantenere in posizione sono stati incollati con resina bicomponente a presa rapida.
Per recuperare la deformazione molto marcata della parte inferiore del sarcofago, la cera è stata scaldata con phon a temperatura controllata che ha permesso di ammorbidire gradualmente lo strato ceroso. Contemporaneamente, tramite piccole cannule e siringhe, è stato iniettato nello spazio vuoto tra cera e gesso il collante Aquazol®500 al 25% in acqua e sono state realizzate piccole fermature localizzate con resina epossidica EPO 155, addizionata di silice micronizzata per renderla spatolabile ed evitare il gocciolamento del prodotto. La parte in cera è stata fatta aderire al gesso e poi bloccata con elementi tagliati su misura inseriti a contrasto tra l’opera e una struttura in legno.
Per la realizzazione delle integrazioni delle fessure di dimensioni più ampie è stato impiegato un impasto composto dal 60% di paraffina e dal 40% di cera microcristallina Cosmolloid® 80, con aggiunta di pigmenti naturali. La cera è stata inserita a caldo nelle lacune, utilizzando la tecnica goccia a goccia, tramite un termocauterio dentistico dotato di piccole punte. Successivamente, le aree trattate sono state rifinite a freddo con strumenti dentistici per ottenere una superficie uniforme. Dove necessario, è stato eseguito un ritocco pittorico con colori a vernice.
Per le integrazioni capillari diffuse su tutta la superficie, è stato messo a punto uno stucco elastico, spatolabile e applicabile a freddo, sul quale è stato condotto un ampio studio sperimentale, composto da resina acrilica Lascaux® 498 HV, addizionata di silice micronizzata e pigmenti. Tale metodologia, alternativa rispetto all”impiego del termocauterio, ha restituito una lettura omogenea alla superficie, compromessa dal degrado diffuso, riducendo la visibilità del reticolo delle fessure a distanza.
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