La lunetta in terracotta invetriata era collocata originariamente sul portale della Chiesa di San Domenico, posta di fronte al Palazzo Ducale di Urbino (oggi sostituita da una copia). Fu trasferita nel 1973 all’interno della Galleria Nazionale delle Marche, per le pessime consizioni conservative in cui versava. L’opera è uno dei capolavori di Luca della Robbia e costituisce un primo documento urbinate della corrente classica del rinascimento fiorentino, esempio per Piero della Francesca e per lo stesso Raffaello. La lunetta è documentata da un pagamento del 1450, come risulta dal ‘Libro di conti’ di Maso di Bartolomeo, scultore incaricato da Fra’ Carnevale di completare la facciata della Chiesa.
L’opera, delle dimensioni di 111×130 cm, è realizzata in 16 pezzi di cottura e smaltata con il tipico smalto robbiano bianco e blu. I pezzi di cottura, che in origine erano murati in facciata, dopo lo smontaggio dalla Chiesa sono stati montati su un supporto ligneo che replicava la forma di una lunetta, per mezzo di fili di ferro e zeppe realizzate per restituire la planarità all’insieme.
L’opera era fortemente compromessa a causa della formazione di sali solubili migrati e cristallizzati in superficie, che avevano causato il distacco dello smalto dal biscotto.
Sull’invetriatura insistevano sollevamenti, pustole e creste a forte rischio di caduta e lo smalto era distaccato dal supporto ceramico sul 30% della superficie, in certe zone addirittura polverizzato.
La formazione di sali è imputabile all’originaria collocazione in esterno e alle condizioni microclimatiche museali che, sebbene costanti, hanno influenzato l’equilibrio di umidità e temperatura, innescando un processo di migrazione e cristallizzazione.
Nel 1980 la robbiana venne restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure a causa delle pessime condizioni conservative in cui versava, solo per le ‘ingiurie del tempo’, ma soprattutto a causa di vandalismi. Realizzò ex novo le ricostruzioni delle parti mancanti e il ritocco pittorico, primo esempio nella storia del restauro di integrazione a selezione cromatica su un’opera in ceramica smaltata, seguendo il principio di ‘unità
di metodo’ voluto e cercato da Umberto Baldini. Il restauro, pubblicato nel volume Metodo e scienza del 1983, curato dallo stesso Baldini, allora soprintendentedell’OPD, ebbe molto successo e tracciò le linee guida fino agli anni 2000 del restauro della ceramica policroma.
Campagna diagnostica volta alla caratterizzazione degli smalti e della terracotta e mirata alla ricerca di sali solubili: stereomicroscopio e microscopio ottico, analisi spettrofotometriche FT-IR/ATR e al SEM.
Caratterizzazione dei materiali di intervento: analisi XRD per la comprensione dello stucco per le ricostruzioni materiche
Dopo una parziale spolveratura, dove la stabilità dello smalto lo consentiva, i sollevamenti sono stati consolidati con resina Paraloid B72 in acetone. I sollevamenti e le creste sono stati protetti con carta giapponese e resina acrilica in loco, presso la Galleria Nazionale delle Marche, in previsione della movimentazione volta al restauro.
Una volta in laboratorio, le porzioni di invetriatura semidistaccate dal substrato sono state consolidate, con un prodotto basato su tecnologia sol-gel, contenente un gel di silice nanostrutturata e funzionalizzata, per infiltrazione e a pennello fino a saturazione.
La pulitura chimica dello smalto dallo sporco coerente di varia natura (perlopiù untuosa), è stato effettuato con con acqua deionizzata e tensioattivo per mezzo di tamponi inumiditi, a cui ha fatto seguito un risciacquo con sola acqua deionizzata.
È stato poi asportato il ritocco pittorico eseguito nel 1980 e in larga parte ormai alterato e si è proceduto con la desalinizzazione, volta a ridurre il più possibile la presenza dei sali solubili all’interno del corpo ceramico. La desalinizzazione è avvenuta immergendo i singoli pezzi di cottura in vasche contenenti acqua deionizzata, in più cicli di lavaggio, con misurazione e monitoraggio dei valori del pH e della concentrazione ionica dell’acqua.
Le stuccature per le perdite di modellato del corpo ceramico e le mancanze della vetrina sono state realizzate con uno stucco minerale e traspirante a base di grassello di calce, polvere di marmo e metacaolino.
Il ritocco pittorico è stato realizzato con colori ad acquerello e applicato secondo il metodo del ‘puntinato’, infine protetto da un film di vernice protettiva.
In ultima istanza, è stato realizzato il nuovo montaggio che replica quello realizzato nel 1980, giudicato minimale, non invasivo e valido, ma con l’impiego di materiali inerti e indeformabili (Aerolam in sostituzione del legno, pasta epossidica in sostituzione delle zeppe in legno).
Il restauro è stato presentato nel 2024 al Convegno presso l’ICR di Roma, Cesare Brandi e le frontiere del restauro. Teoria e prassi.
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