Nel 2017 all’Opificio pervenne la richiesta da parte della Soprintendenza di Sassari di avere notizie di un teatrino in cera di Gaetano Zumbo, prelevato dal Museo nazionale G. A. Sanna e portato a Firenze dall’allora Soprintendente Guglielmo Maetzke a metà degli anni 60. Presso le sedi dell’istituto non vi era traccia dell’opera, ma la ricerca nell’archivio diede subito un risultato: le opere in cera provenienti il 14 marzo 1966 da Sassari erano due, ma solo una risultava riconsegnata, in data 27 settembre 1966. Per entrambe c’erano le foto prima e dopo il restauro, eseguito dalla sezione Bronzi dei laboratori della Soprintendenza, il che fa pensare che a settembre del 1966 fosse concluso l’intervento su entrambe le opere, ma probabilmente, a causa delle dimensioni, il Maetzke riuscì a riportare in Sardegna solo il teatrino più piccolo, lasciando in deposito il secondo. Quest’ultimo, il 4 novembre dello stesso anno, fu colto dall’alluvione fiorentina e se ne persero le tracce.
Il dottor Guglielmo Maetzke (1915-2008), fondatore nel 1958 e primo direttore della Soprintendenza archeologica per le province di Sassari e Nuoro, nel 1966 si trasferì a Firenze per dirigere la allora Soprintendenza delle antichità dell’Etruria, portando con sé le due cere di Zumbo con l’idea di farle restaurare dai suoi funzionari. Se il teatrino alluvionato era stato recuperato, doveva allora trovarsi nei depositi del Museo archeologico nazionale di Firenze, dove sono conservati i beni afferenti alla Soprintendenza archeologica. Così avvenne il recupero dell’opera, ritrovata con un promemoria manoscritto datato 27 gennaio 1984 in cui si legge: “SASSARI: MUSEO ARCH. SANNA. Cere già facente parte della Coll. Sanna (autore Zumbo, 1700 ca?). A Firenze perché trasportatevi dal Dr. Maetzke per essere restaurate, furono sorprese dall’alluvione del ’66. Se ne occupa il Dr. Maetzke. DA FARE ritrovare la cassetta originale, oppure imballare in una scatola e attendere comunicazione del Dr. Maetzke. 27.1.84 CI”.
La scena si svolge in un cimitero: in primo piano due uomini sono impegnati a spostare la lapide dalla sepoltura aperta al centro della composizione, in cui si vedono, accanto alle ossa del defunto, una medaglia e uno scudo araldico. In secondo piano, sul fondo della scena, tre demoni nudi, di cui due con ali di pipistrello, colpiscono con mazze bitorzolute altri tre uomini molto diversi tra loro, ognuno dei quali ha accanto una persona a terra. La coppia a sinistra è formata da un uomo vestito in maniera elegante, forse un aristocratico, che con le braccia protese in avanti corre mentre sovrasta una donna anziana, rannicchiata a terra. La donna, dai lineamenti duri, con una mascella maschile e il naso bozzuto, ha i seni cadenti scoperti e le braccia muscolose, tipicamente una strega.
La coppia al centro è formata da due uomini: quello in piedi con il braccio destro disteso in avanti cerca di allontanare il demone, mentre con la mano sinistra tiene aperto un libro (un testo liturgico se fosse un esorcista, più probabilmente un grimorio in mano ad un negromante); in ginocchio ai suoi piedi un uomo di colore, che lo cinge per le gambe infilandogli le mani sotto la veste, sembra implorarlo, cercando il suo sguardo.
La coppia a destra infine è anch’essa formata da due personaggi, ma simili tra loro, non particolarmente caratterizzati, che probabilmente hanno partecipato fisicamente alla profanazione della tomba, facendo leva con il bastone steso accanto a loro per scalzare la lapide.
La scena quindi ci porta nel secolo della caccia alle streghe e della negromanzia, una magia dotta di evocazione dei demoni desunta dai testi provenienti dal mondo arabo e greco, sviluppatasi tra il XII e il XIII secolo ma ancora molto diffusa nel XVI secolo presso le corti europee, come testimonia Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, in cui racconta di aver partecipato a rituali negromantici avvenuti nel Colosseo. La negromanzia era praticata da uomini dotti, spesso ecclesiastici, ma già dal Medioevo era duramente condannata dalla Scolastica, perché il diavolo non fa niente senza avere qualcosa in cambio. Gaetano Giulio Zumbo, abate siciliano, con questo teatrino mette in scena una condanna a certe pratiche ancora in uso nella società del tempo, mostrando come i diavoli evocati per richiamare gli spiriti dei defunti non possono essere controllati e prendono il sopravvento sugli umani.
La teca è in legno, allestita con elementi in sughero e pezze di iuta rivestiti e assemblati con cera. Le figure sono realizzate per modellazione diretta in cera colorata e fermate a caldo con la stessa cera nella teca. Durante la fase di pulitura è stato possibile indagare anche il retro delle figure, e comprendere a pieno la tecnica di esecuzione: l’artista ha prima realizzato i corpi dei personaggi con una cera color carne, senza imperniature, e poi li ha vestiti sovrapponendo fogli di cera morbida colorata creando i panneggi e rifinendo solo le superfici a vista. Gli occhi sono in pasta vitrea, incassati nelle orbite e poi fermati con la modellazione delle palpebre di cera. Le sfumature di colore degli incarnati sono ottenute mescolando sapientemente pezzi di cere di diverso colore, senza indulgere nella sovra-dipintura a vernice.
L’alluvione distrusse il restauro effettuato sull’opera nei mesi precedenti, documentato dalla foto del settembre 1966, disperdendo anche alcuni frammenti. La teca scenica in legno risultava quasi completamente svuotata dai suoi personaggi, strappati dalla violenza dell’alluvione, e incrostata di un sottile fango che rivestiva anche le figure, frammentate in numerosi pezzi, alcuni di piccolissime dimensioni. Quasi tutte le figure mancavano di più parti del corpo, soprattutto delle dita, molte delle quali sono state ritrovate nelle scanalature del legno della teca.
Restauro eseguito tra marzo e settembre 1966 dal Gabinetto Restauri della Soprintendenza fiorentina (G.R. n. 3851).
Nel 2018, dopo il ritrovamento presso i depositi del museo archeologico nazionale di Firenze, il teatrino è stato oggetto di un parziale intervento di pulitura a cura della restauratrice Francesca Rossi con il coinvolgimento degli allievi dell’International Training Project, poi concluso con la ripresa dei lavori di restauro da parte del laboratorio Materiali ceramici plastici e vitrei nel 2022. La pulitura delle figure, avvenuta impiegando tamponi di cotone imbevuti di acqua deionizzata e Tween 20 in soluzione al 2%, è stata poi perfezionata a secco mediante l’uso di specilli e micro brush dentistici.
La pulitura della teca è stata una fase lunga e delicata, perché il fondo in legno è rivestito da un sottile strato di cera nera che l’alluvione ha frantumato e distaccato dal supporto. È stato necessario procedere per gradi, anche rimuovendo le due figure centrali della composizione, con lo scopo di pre-consolidare il sottile strato di cera mediante infiltrazioni di Acquazol 200 diluito al 30% in acetone. Successivamente la pulitura è avvenuta mediante impacchi prolungati di acqua calda demineralizzata che ammorbidivano le incrostazioni, rimosse successivamente con cotoncini. Anche in questo caso le incrostazioni più tenaci sono state rimosse con l’ausilio di specilli e micro-brush dentistici, mentre le lacune sul fondo sono state colmate con una miscela di cera carnauba e cera microcristallina pigmentate con bastoncini di cera Gamblin (Pigmented wax/resin Gamblin Conservation Colors).
La fotografia che documenta il restauro fiorentino del 1966 è stato un importante riferimento per il nostro lavoro, ma una foto antecedente, proveniente dall’archivio della Soprintendenza di Sassari, mostra alcune differenze.
La prima evidenza è il diverso posizionamento di un elemento in sughero in alto a sinistra nell’allestimento della teca: osservando la foto del Gabinetto Restauri fiorentino prima del restauro infatti si nota la mancanza dell’elemento in posizione e la sua presenza sul tavolo tra i vari frammenti. È stato quindi deciso di staccare il pezzo di sughero dalla composizione e dopo attenta osservazione delle impronte lasciate sul supporto lo abbiamo riposizionato correttamente tramite cera a caldo.
L’altra differenza che si nota tra le due foto riguarda la reciproca posizione tra il negromante e il demone che lo aggredisce: nel documento d’archivio fiorentino tra le due figure non c’è contatto, mentre in quello sardo il demone stringe con una mano il collo dell’uomo, pertanto si è proceduto seguendo quest’ultima testimonianza. La correttezza di questa posizione è confermata anche dalla presenza sul polso destro dell’uomo di un brandello di carne sanguinante lacerata dal morso del demone, il quale infatti ha ancora la bocca aperta rossa di sangue.
L’ultima modifica apportata al restauro del 1966 riguarda la posizione della lapide che viene spostata dalle due figure in primo piano. Purtroppo nella foto d’archivio di Sassari questa parte dell’opera è già danneggiata e quindi non ci sono documenti sulla collocazione originaria di questi elementi, ma la soluzione proposta dai restauratori degli anni ’60 era da ritenere inverosimile, perché la lapide, con il suo enorme peso, non poteva rimanere sospesa da terra vista la posizione delle mani dei due uomini. A ben vedere poi, sul piano della scena si notava una risarcitura eseguita con una cera di diverso colore, a spianare l’impronta lasciata dallo spigolo della lapide, ancora osservabile nel documento sardo. Per trovare la corretta posizione delle due figure in relazione alla lapide è stato necessario eseguire numerose prove, disassemblare le braccia dell’uomo sulla sinistra e rimuovere i perni inseriti nel precedente restauro. Va segnalata la presenza di una grande impronta nell’allestimento, proprio dietro alle figure in primo piano, che testimonia la mancanza di un elemento di arredo stretto e lungo (un muretto o una cancellata) che in origine, con ogni probabilità, faceva da appoggio alle figure: queste ultime infatti sul retro sono piane, come se dovessero essere sistemate su uno sfondo.
La documentazione fotografica d’archivio infine è stata il nostro unico riferimento per la ricostruzione del braccio mancante della strega: dopo averlo modellato in plastilina, se ne è eseguito il calco in silicone, dal quale abbiamo ottenuto per colaggio il positivo in cera colorata.
Tutti gli assemblaggi sono stati eseguiti con Acquazol 500 diluito al 30% in acetone, perfezionando poi le unioni con l’utilizzo del termocauterio: è da segnalare il comportamento della cera originale, fondamentalmente composta di cera d’api, che a distanza di circa due mesi dalla saldatura ha mostrato micro-efflorescenze perfettamente bianche sulla superficie, esattamente in corrispondenza delle saldature. Molte di quelle eseguite nel pregresso restauro invece si presentavano scure in pasta a causa del nero fumo inglobato, pertanto le sezioni di cera annerite sono state rimosse e sostituite con la miscela pigmentata di cera carnauba e cera microcristallina. Dove necessario a minimizzare la differenza di tono tra le integrazioni e l’originale, è stato eseguito il ritocco pittorico con colori a vernice Gamblin, volutamente non eseguito sul braccio della strega per rendere evidente il restauro.
Resta di dubbia appartenenza alla composizione la gamba verde in stato di decomposizione di un cadavere in primo piano, che non compare nella foto d’archivio di Sassari, ma è presente tra i frammenti nella documentazione effettuata a Firenze nel 1966 pre-alluvione.
Il vetro della teca andato perduto, infine, è stato sostituito con una lastra in plexiglass.
http://www.kainowska.com/sito/strigae-et-lamiae-breve-storia-delliconografia-delle-streghe-dallantichita-al-xvi-secolo/
Sezione successiva
