Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico per il Polo Museale della città di Firenze
Direttore: Galleria Palazzo Mozzi – Giovanna Damiani
Ex direttore: Galleria Palazzo Mozzi – Mario Scalini
Il ritrovamento di questa importante opera, attributa al ceroplasta siciliano Giulio Gaetano Zumbo (Siracusa, 1656 – Parigi, 22 dicembre 1701), si deve a Mario Scalini, che nel deposito di palazzo Mozzi-Bardini ritrovò all’interno di una scatola insieme a carte di giornale, vetri e materiale da gettare, una serei di frammenti in cera. Si trattava di poche figure scarsamente riconoscibili a causa delle notevoli incrostazioni di fango alluvionale, che nel 1966 aveva raggiunto anche il deposito Bardini.
I personaggi dovevano far parte di una composizione molto più popolata che rappresentava un teatrino sulla fugacità della vita, tema particolarmente sentito a partire dagli inizi del Seicento dopo la guerra dei Trent’anni con il dilagare in tutta Europa di terribili epidemie di peste, ma anche del morbo gallico, ovvero della sifilide. Di questi temi si era spesso occupato lo Zumbo in teatrini fitti di corpi che hanno come sfondo scene di rovine. Infatti sono state rinvenute parti decorative architettoniche in sughero dipinto e una riduzione ovalizzata di quello che doveva essere stato il fondale in legno di una teca scenografica.
Dall’analisi delle dimensioni dell’opera restaurata, è apparsa certa l’appartenenza dei pezzi a una grande scenografia. Il recupero si compone di cinque personaggi, uno scheletro piccolo, uno scheletro grande non del tutto scarnificato, il corpo di una donna di colore verdastro in fase di decomposizione, il corpo supino di un uomo di colore brunastro non ancora decomposto e il corpo di un bambino ancora con le carni integre di colore giallino tipico delle realizzazioni in cera naturale. L’attribuzione dell’opera a Gaetano Zumbo è inconfutabile, dopo il restauro è apparsa ancora più evidente la perfezione nella modellazione nei minini dettagli. I modelli si avvalgono di una tecnica ceroplastica elevatissima, dove la rappresentazione anamica, è applicata nel rigore scientifico dell’anatomia umana che prelude a quel successo che Zumbo otterà più tardi nell’innovativa attività di modellatore anatomico.
Le figure sono state ottenute per modellazione diretta e tramite colaggio di cera fusa all’interno di stampi in gesso. Si tratta di modelli pieni, la cui colorazione cere avveniva allo stato di fusione con l’aggiunta di pigmenti e sostanze ausiliari di origine naturale, quali dammar, colofonia, carnaub, che modificavano le proprietà chimico-fisiche dell’impasto, conferendo caratteristiche di di rigidità, resistenza, compattezza, elasticità, fluidità.
La caratteristica degli impasti dello Zumbo è rappresentata dalla maestria nella miscelazione dei composti per ottenere particolari effetti a imitazione di materie come l’avorio, marmo ecc. In questi casi erano aggiunte alla cera anche delle sostanze inerti che ne modificavano la trasparenza come il talco, il gesso biidrato, la farina, la polvere di marmo o la biacca. I modelli delle scenografie sono opere in miniatura perfette eseguite con una finezza quasi maniacale in ogni dettaglio anatomico. Tale precisione presuppone che alcune rifiniture siano state realizzate avvalendosi di uno strumento d’ingrandimento, utilizzando spatole e punte metalliche a freddo o a caldo.
L’insieme recuperato si presentava composto di numerosi frammenti, riposti alla rinfusa dentro una scatola, Dopo un’atenta osservazione è stato possibile ricomporre le pretinenze di ogni singolo frammento, che hanno restituito quattro figure; uno scheletro piccolo, uno scheletro grande non del tutto scarnificato, il corpo diun uomo non ancora decomposto, il corpo di una donna di colore verdastro in fase di decomposizione. L’unica figura ancora integra è un bimbo giacente, posto su un appoggio in sughero rivestito di cera e fissato a un supporto ligneo di forma ovale che costituiva lo sfondo. Le notevoli cadute materiche mettevano in risalto la superficie del legno dove si evidenziavano i segni di un approssimativo disegno preparatorio eseguito con una matita rossa.Tutti gli elementi della composizione erano ricoperti da un denso strato di fango e polvere, fortemente adeso alle superfici.
Sono stati prelevati nove microcampioni osservati in sezione stratigrafica al MO e SEM/EDS.
I frammenti e i pezzi in cera che componevano le figure, dopo essere stati selezionati per appartenenza, sono stati sottoposti a una leggera spolveratura con pennelli morbidi. Le incrostazioni di fango sono state rimosse, attraverso immersioni in bagni di acqua deionizzata in vasca a ultrasuoni. Per la ricomposizione dei frammenti sono stati inseriti in frattura sottili perni in ottone per agevolare la fase di incollaggio. Non è stato necessario effettuare grandi ricostruzioni materiche, ma solo stuccature di piccola entità lungo i margini delle fratture avvenute con una miscel adi cera d’api sbiancata, colofonia e coloranti ai grassi (aniline) per ottenere il tono desiderato.
Il restauro ha riguardato anche la progettazione e l’esecuzione di una teca, che accogliesse le figure ritrovate. Sono stati creati dei dislivelli sulla nuova base, dove i modelli di dimensioni maggiori sono stati collocati in primo piano per esigenze prospettiche. Per la sistemazione interna del gruppo, non avendo nessun punto riferimento per la loro collocazione, la dimensione volumetrica e la forza plastica delle figure hanno suggerito la loro posizione nello spazio, rafforzata in alcuni casi da supporti in legno modanati sull’andamento delle loro basi.
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