Il Ritratto di gentildonna, noto anche come La Muta per via della sua assorta espressione, è oggi conservato nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. Questo incredibile capolavoro è stato attribuito concordemente dalla critica alla mano di Raffaello e viene ricondotto cronologicamente agli ultimi anni di permanenza dell’artista a Firenze, intorno al 1506-1507. Il dibattito rimane aperto riguardo l’identità della donna rappresentata. Tra le tante proposte avanzate nel tentativo di identificare il soggetto, si ricordano Maddalena Strozzi Doni (M. L. Gengaro, 1940), poi esclusa perché riconosciuta nel dipinto della Galleria Palatina; la sorellastra dell’artista, Elisabetta (G. Rosini, 1843); la madre Magia Ciarla (G. Gronau, 1909); Elisabetta Gonzaga (F. Filippini, 1925) e Giovanna Feltria della Rovere (E. Sesti, 1983) nota anche per essere stata una protettrice dell’artista.Una prima notizia documentaria del dipinto si avrebbe a partire dalla seconda metà del XVII secolo, in quanto risulta menzionato nell’inventario dell’eredità del cardinale decano Carlo de’ Medici del 1666, un ritratto di “una donna in abito verde scollacciata con vezzo al collo di mezzo busto, dicesi esser copia di Andrea del Sarto” che potrebbe essere identificato con la Muta del Raffaello (G. Barucca, 2015).
Una fonte ben più certa è invece rappresentata dall’inventario dei quadri di Palazzo Pitti del 1702-1710 di proprietà del Gran Principe Ferdinando, documento in cui l’opera non solo viene menzionata, ma in cui compare per la prima volta l’attribuzione a Raffaello. Fino ai primi anni settanta del Settecento, l’opera è documentata nella villa medicea di Poggio a Caiano, nella stanza in cui Ferdinando aveva deciso di radunare i suoi dipinti preferiti il “Gabinetto d’Opere in piccolo di tutti i più celebri Pittori” (M. L. Srocchi, 1975-’76). Successivamente per volontà di Pietro Leopoldo e in virtù del suo progetto di riordino delle collezioni granducali, nel 1772 vennero inviati per un sopralluogo alla Villa di Poggio a Caiano Giuseppe Querci e il restauratore Magni, insieme a un ministro della Guardaroba delle Regie Gallerie. Dalle opere presenti nella villa vennero scelti 174 quadri da destinare agli Uffizi e tra questi, compare anche il suddetto ritratto del Raffaello, che a partire quindi dal 29 dicembre 1773, venne collocato nella Sala dell’Ermafrodito, per poi, in un secondo momento, essere trasferito nella Tribuna (G. Barucca, 2015).
Qui rimase esposto fino al 1927, quando Benito Mussolini acconsentì al trasferimento dalla Galleria degli Uffizi a quella delle Marche del Ritratto di gentildonna, a seguito della richiesta da parte di una Commissione Urbinate di poter acquisire un dipinto di Raffaello. Infatti a Urbino, città natale dell’artista, non era presente nemmeno una sua opera e questo fu sicuramente un atto di politica culturale da parte del ministro Mussolini. Da questo momento, il ritratto rimase in maniera definitiva nella Galleria Nazionale delle Marche, presso il Palazzo Ducale di Urbino.
Dipinto a olio su tavola.
Il supporto è costituito da un’unica tavola di legno di tiglio. Sebbene il legno generalmente impiegato da Raffaello nella realizzazione dei supporti fosse il pioppo, si è riscontrato che il tiglio è stato utilizzato anche per i ritratti di Agnolo e Maddalena Doni e La Gravida. Si è osservato come gli strati preparatori e la pellicola pittorica lascino scoperte delle porzioni in corrispondenza dei margini del supporto, in alto e in basso. Si ipotizza che questa caratteristica (riscontrata anche in un’altra opera di Raffaello La Gravida), possa essere ricondotta all’uso di stecche lignee applicate sulla tavola, che permettevano all’artista di sostenerla e maneggiarla con cautela durante l’esecuzione pittorica.
Lo strato preparatorio steso sul supporto ligneo, è costituito da un impasto di gesso e colla in due stesure molto sottili, tanto che a luce radente lasciano intravedere la fibra del legno. È presente anche uno strato di colla animale che serve a impermeabilizzare il gesso di preparazione e ad evitare che il medium liquido del colore possa migrare al di sotto. Grazie alla indagine diagnostica di riflettografia in infrarosso, si è potuto visualizzare il disegno preparatorio, dando quindi la possibilità agli esperti di indagare l’underdrawing (letteralmente “disegno sottostante”) utilizzato da Raffaello in questo caso. Dall’esame del disegno è emerso l’impiego di tecniche diverse di trasposizione dell’immagine: oltre quella dell’utilizzo di un cartone a spolvero, che in genere è sempre stata prevalente nell’artista, si riscontra in alcune aree l’impiego di un carboncino a mano libera o di uno strumento dalla punta secca, fine e sottile, forse una penna, o secondo alcuni anche di uno stilo a punta metallica. Raffaello imposta quindi la composizione a mano libera tracciando i tratti essenziali del volto, della veste e delle maniche, lasciando la caratterizzazione specifica del personaggio alla fase dell’esecuzione pittorica. Dalla riflettografia emergono quali e quanti fossero stati, in questa prima fase di impostazione del disegno, i cambiamenti e i ripensamenti: ad esempio se ne sono riscontrati nell’occhio destro, nello sbuffo della camicia sulla spalla sinistra, nell’abito, nel velo, nel profilo della spalla ed in entrambi i nastri che legano le maniche al corpetto.
Cronologia: La critica si trova concorde nell’ascrivere cronologicamente il Ritratto di Gentildonna verso la fine del periodo che l’artista trascorse a Firenze, che va dal 1504 al 1508. L’ipotesi di datazione viene avanzata su base stilistica mediante il confronto con altri ritratti attribuiti al Raffaello, come La Gravida della Palatina (1506-1507), con la quale presenta affinità sia per via delle finezze di esecuzione e sia per motivi stilistici. Committenza: Se si ritiene probabile che questo ritratto sia stato realizzato dall’artista nel corso del suo soggiorno a Firenze, si può avanzare l’ipotesi che questo sia stato commissionato da una delle famiglie con cui Raffaello intrattenne rapporti in questo periodo. Altra ipotesi che potrebbe invece essere avanzata è che, seppur lontano da Urbino, da qui l’artista avrebbe potuto ricevere ancora commissioni, tra cui anche La Muta. Questa possibilità potrebbe essere ulteriormente avvalorata, se si ritiene plausibile che il personaggio ritratto sia Giovanna Feltria della Rovere. La duchessa di Urbino, era anche la protettrice di Raffaello e sarà lei nel 1504 a raccomandare l’artista al Gonfaloniere Pier Soderini, prima della sua partenza per Firenze. L’età stimata della gentildonna ritratta si aggira intorno ai 40 anni, che corrisponderebbero agli stessi che la duchessa contava nel 1505. Altro fattore che le accomuna, sarebbe lo stato di vedovanza: l’effigiata è ritratta in abito verde e stringe nella mano sinistra un fazzoletto, entrambi simbolo del lutto. Giovanna Feltria sarà vedova a partire dal 1501, anno in cui Giovanni della Rovere morì. Collocazione originale: Il ritratto tra il 1702-1710 è presente nell’inventario delle collezioni granducali di Palazzo Pitti del Principe Francesco Ferdinando, e fino al 1772 è documentata nella Villa di Poggio a Caiano, prima di essere spostata nella Tribuna degli Uffizi.
In occasione del primo sopralluogo effettuato dall’Opificio delle Pietre Dure ad Urbino e risalente al giugno 2012, l’opera fu da subito valutata come fragile e delicata, sia a causa dell’esiguo spessore del supporto ligneo, sia per via di un pesante attacco di insetti xilofagi, che aveva creato numerose gallerie nello spessore del tavolato e molti fori di sfarfallamento sulla superficie dipinta. Inoltre, vista la mancanza della cornice, lo stato della tavola era ulteriormente messo a rischio in quanto era priva di una struttura di sostegno. Il supporto, anche se presentava una deformazione da imbarcatura convessa in direzione della superficie dipinta, è stato nel complesso ritenuto integro come dimensioni e spessore. In questa occasione vennero dunque formulate alcune raccomandazioni in vista di eventuali mostre, tra cui quella tenutasi in Giappone nel 2013, alla quale La Muta andò in prestito. In previsione di questo spostamento, l’opera venne portata al laboratorio dell’Opificio delle Pietre Dure per ricevere una sistemazione in cornice più corretta. Dal momento che tra la tela e la cornice erano presenti degli spazi vuoti che potevano causare spostamenti pericolosi, questi sono stati colmati realizzando una struttura in legno costituita da quattro strisce di pioppo, con funzione non solo di contenitore, ma anche di appoggio. Sui bordi in alto e in basso, in corrispondenza delle zone dell’opera non dipinte, sono stati inseriti due listelli con funzione d’appoggio e coperti da un materiale che funge da strato ammortizzante.
Al termine della mostra in Giappone, l’opera ritornò nei Laboratori di restauro dell’Opificio nel gennaio del 2014, per un’operazione di restauro e conservazione vera e propria. In questa occasione l’intervento interessò sia il supporto ligneo che la pellicola pittorica. La tavola venne sottoposta a disinfestazione tramite anossia e successivamente venne protetta con pemetrina, al fine di evitare nuovi attacchi.
L’intervento sulla pellicola pittorica è stato preceduto da una prima fase di studio, che ha permesso di venire a conoscenza degli interventi conservativi avvenuti nel corso del Novecento e da una serie di indagini diagnostiche che hanno messo in evidenza le diverse problematiche. Una prima osservazione a luce radente, ha permesso di rilevare la presenza di piccoli sollevamenti di colore che seguivano l’andamento delle fibre del legno. In corrispondenza delle numerose gallerie dei tarli, si erano formati diversi avvallamenti del film pittorico e spessi strati di vernice ormai ingiallita ricoprivano la superficie pittorica. Al di sotto di questa, grazie alla ripresa in UV, è stato possibile segnalare la presenza di diffusi ritocchi.
Successivamente a questa fase di analisi preventiva, si è proseguito con l’intervento vero e proprio di pulitura. Al fine di restituire un equilibrio cromatico al dipinto, si è proceduto gradualmente e in maniera differenziata sulle varie campiture di colore. È stato possibile valutare complessivamente lo stato di conservazione del dipinto, solo dopo questo primo intervento di pulitura, che ha permesso di localizzare gli oltre cento fori di sfarfallamento che, durante i precedenti restauri, erano stati riempiti di materiali vari come cera, cera e resina, stucco a gesso e colla poi ritoccati. Inoltre, questa operazione ha permesso di ottenere sorprendenti risultati rispetto al recupero della cromia, consentendo non solo di riacquistare spazialità, ma anche di far emergere maggiormente la figura rispetto al fondo scuro. Una volta effettuata un’attenta e accurata pulitura dei fori sulla superficie e una volta messo in sicurezza il colore circostante con l’impiego di carta giapponese, si è provveduto a riempire le gallerie dei tarli fin sotto il livello del colore. Successivamente si è proceduto alla stuccatura a base di gesso e colla, materiali compatibili con quelli utilizzati nella fase di riempimento.
Dopo aver applicato una verniciatura a pennello, si è proseguito con l’integrazione pittorica ad acquerello, completata con colori a vernice. L’intervento di ritocco è stato eseguito solamente in corrispondenza delle piccole lacune di colore presenti su alcune zone del viso, del collo e del décolleté, dove la sottile pellicola pittorica risultava abrasa. Per concludere, una ulteriore verniciatura a spruzzo ha completato l’intervento.
Al termine dell’intervento di restauro pittorico, nel marzo 2015, l’opera è stata definitivamente sistemata in cornice. Questa operazione ha previsto la realizzazione di listelli sagomati, che adattano l’imbarcamento della tavola alla cornice e si appoggiano nella parte non dipinta dell’opera. Il dipinto è stato poi fermato nella cornice con un doppio sistema elastico, dato da un listello a sua volta spinto da due molle registrabili. Questo ingegnoso sistema di molle, consente un moderato controllo dei movimenti del legno che, grazie ai listelli, viene distribuito per tutta la larghezza della tavola. La protezione dell’opera è stata poi ultimata prevedendo sul fronte un vetro speciale antiriflesso ed anti raggi UV; sul retro è stato invece inserito un foglio di compensato che, come una barriera, protegge il dipinto dall’ambiente esterno.
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