Raffaello Sanzio, “La Muta”, 1506-1507, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

  • : Intervento di restauro
  • Stato attività: concluso

Dati

Informazioni sull’attività

Informazioni sull’opera

Informazioni storico-descrittive

Il Ritratto di gentildonna, noto anche come La Muta per via della sua assorta espressione, è oggi conservato nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. Questo incredibile capolavoro è stato attribuito concordemente dalla critica alla mano di Raffaello e viene ricondotto cronologicamente agli ultimi anni di permanenza dell’artista a Firenze, intorno al 1506-1507. Il dibattito rimane aperto riguardo l’identità della donna rappresentata. Tra le tante proposte avanzate nel tentativo di identificare il soggetto, si ricordano Maddalena Strozzi Doni (M. L. Gengaro, 1940), poi esclusa perché riconosciuta nel dipinto della Galleria Palatina; la sorellastra dell’artista, Elisabetta (G. Rosini, 1843); la madre Magia Ciarla (G. Gronau, 1909); Elisabetta Gonzaga (F. Filippini, 1925) e Giovanna Feltria della Rovere (E. Sesti, 1983) nota anche per essere stata una protettrice dell’artista.Una prima notizia documentaria del dipinto si avrebbe a partire dalla seconda metà del XVII secolo, in quanto risulta menzionato nell’inventario dell’eredità del cardinale decano Carlo de’ Medici del 1666, un ritratto di “una donna in abito verde scollacciata con vezzo al collo di mezzo busto, dicesi esser copia di Andrea del Sarto” che potrebbe essere identificato con la Muta del Raffaello (G. Barucca, 2015).
Una fonte ben più certa è invece rappresentata dall’inventario dei quadri di Palazzo Pitti del 1702-1710 di proprietà del Gran Principe Ferdinando, documento in cui l’opera non solo viene menzionata, ma in cui compare per la prima volta l’attribuzione a Raffaello. Fino ai primi anni settanta del Settecento, l’opera è documentata nella villa medicea di Poggio a Caiano, nella stanza in cui Ferdinando aveva deciso di radunare i suoi dipinti preferiti il “Gabinetto d’Opere in piccolo di tutti i più celebri Pittori” (M. L. Srocchi, 1975-’76). Successivamente per volontà di Pietro Leopoldo e in virtù del suo progetto di riordino delle collezioni granducali, nel 1772 vennero inviati per un sopralluogo alla Villa di Poggio a Caiano Giuseppe Querci e il restauratore Magni, insieme a un ministro della Guardaroba delle Regie Gallerie. Dalle opere presenti nella villa vennero scelti 174 quadri da destinare agli Uffizi e tra questi, compare anche il suddetto ritratto del Raffaello, che a partire quindi dal 29 dicembre 1773, venne collocato nella Sala dell’Ermafrodito, per poi, in un secondo momento, essere trasferito nella Tribuna (G. Barucca, 2015).
Qui rimase esposto fino al 1927, quando Benito Mussolini acconsentì al trasferimento dalla Galleria degli Uffizi a quella delle Marche del Ritratto di gentildonna, a seguito della richiesta da parte di una Commissione Urbinate di poter acquisire un dipinto di Raffaello. Infatti a Urbino, città natale dell’artista, non era presente nemmeno una sua opera e questo fu sicuramente un atto di politica culturale da parte del ministro Mussolini. Da questo momento, il ritratto rimase in maniera definitiva nella Galleria Nazionale delle Marche, presso il Palazzo Ducale di Urbino.

Tecnica esecutiva

Dipinto a olio su tavola.
Il supporto è costituito da un’unica tavola di legno di tiglio. Sebbene il legno generalmente impiegato da Raffaello nella realizzazione dei supporti fosse il pioppo, si è riscontrato che il tiglio è stato utilizzato anche per i ritratti di Agnolo e Maddalena Doni e La Gravida. Si è osservato come gli strati preparatori e la pellicola pittorica lascino scoperte delle porzioni in corrispondenza dei margini del supporto, in alto e in basso. Si ipotizza che questa caratteristica (riscontrata anche in un’altra opera di Raffaello La Gravida), possa essere ricondotta all’uso di stecche lignee applicate sulla tavola, che permettevano all’artista di sostenerla e maneggiarla con cautela durante l’esecuzione pittorica.
Lo strato preparatorio steso sul supporto ligneo, è costituito da un impasto di gesso e colla in due stesure molto sottili, tanto che a luce radente lasciano intravedere la fibra del legno. È presente anche uno strato di colla animale che serve a impermeabilizzare il gesso di preparazione e ad evitare che il medium liquido del colore possa migrare al di sotto. Grazie alla indagine diagnostica di riflettografia in infrarosso, si è potuto visualizzare il disegno preparatorio, dando quindi la possibilità agli esperti di indagare l’underdrawing (letteralmente “disegno sottostante”) utilizzato da Raffaello in questo caso. Dall’esame del disegno è emerso l’impiego di tecniche diverse di trasposizione dell’immagine: oltre quella dell’utilizzo di un cartone a spolvero, che in genere è sempre stata prevalente nell’artista, si riscontra in alcune aree l’impiego di un carboncino a mano libera o di uno strumento dalla punta secca, fine e sottile, forse una penna, o secondo alcuni anche di uno stilo a punta metallica. Raffaello imposta quindi la composizione a mano libera tracciando i tratti essenziali del volto, della veste e delle maniche, lasciando la caratterizzazione specifica del personaggio alla fase dell’esecuzione pittorica. Dalla riflettografia emergono quali e quanti fossero stati, in questa prima fase di impostazione del disegno, i cambiamenti e i ripensamenti: ad esempio se ne sono riscontrati nell’occhio destro, nello sbuffo della camicia sulla spalla sinistra, nell’abito, nel velo, nel profilo della spalla ed in entrambi i nastri che legano le maniche al corpetto.

Storia conservativa

Cronologia: La critica si trova concorde nell’ascrivere cronologicamente il Ritratto di Gentildonna verso la fine del periodo che l’artista trascorse a Firenze, che va dal 1504 al 1508. L’ipotesi di datazione viene avanzata su base stilistica mediante il confronto con altri ritratti attribuiti al Raffaello, come La Gravida della Palatina (1506-1507), con la quale presenta affinità sia per via delle finezze di esecuzione e sia per motivi stilistici. Committenza: Se si ritiene probabile che questo ritratto sia stato realizzato dall’artista nel corso del suo soggiorno a Firenze, si può avanzare l’ipotesi che questo sia stato commissionato da una delle famiglie con cui Raffaello intrattenne rapporti in questo periodo. Altra ipotesi che potrebbe invece essere avanzata è che, seppur lontano da Urbino, da qui l’artista avrebbe potuto ricevere ancora commissioni, tra cui anche La Muta. Questa possibilità potrebbe essere ulteriormente avvalorata, se si ritiene plausibile che il personaggio ritratto sia Giovanna Feltria della Rovere. La duchessa di Urbino, era anche la protettrice di Raffaello e sarà lei nel 1504 a raccomandare l’artista al Gonfaloniere Pier Soderini, prima della sua partenza per Firenze. L’età stimata della gentildonna ritratta si aggira intorno ai 40 anni, che corrisponderebbero agli stessi che la duchessa contava nel 1505. Altro fattore che le accomuna, sarebbe lo stato di vedovanza: l’effigiata è ritratta in abito verde e stringe nella mano sinistra un fazzoletto, entrambi simbolo del lutto. Giovanna Feltria sarà vedova a partire dal 1501, anno in cui Giovanni della Rovere morì. Collocazione originale: Il ritratto tra il 1702-1710 è presente nell’inventario delle collezioni granducali di Palazzo Pitti del Principe Francesco Ferdinando, e fino al 1772 è documentata nella Villa di Poggio a Caiano, prima di essere spostata nella Tribuna degli Uffizi.

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