Il suggestivo gruppo raffigurante la Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto è certamente l’esito dell’assemblaggio di due oggetti eterogenei, sia cronologicamente che come luogo di produzione. È verosimile che le statuette siano ascrivibili ad ambito francese di primo Trecento, mentre più tarda e di ambito napoletano dovrebbe essere la base, in origine destinata a reggere una croce o un reliquiario. La composizione dovette aver luogo a Napoli, suggellata dall’apposizione di due placchette in argento smaltato con lo stemma della famiglia Rogadeo accanto ad altre due con i santi Pietro e Paolo, all’interno dell’edicoletta con cui culmina l’alto fusto di gusto gotico. La presenza alla base del fusto dell’iscrizione mariana “AVE MARIA GRACIA PLENA DOMINUS” riconduce all’originaria destinazione del gruppo, la chiesa della SS. Annunziata di Gaeta.
Il gruppo in argento poggia su una base oblunga dal profilo mistilineo. Il gradino della base è traforato con losanghe quadrifore, mentre la superficie del piede è mossa da grandi baccellature. Il fusto dal profilo gotico poggia su un rocchetto modanato intervallato da perlinature che racchiudono l’iscrizione incisa del primo verso della preghiera a Maria. La parte alta ha una struttura architettonica e racchiude, entro quattro elementi a trifora con timpano delimitato da guglie, placchette smaltate realizzate a smalto traslucido. Gli smalti sono di due manifatture diverse; due hanno una incisione molto raffinata raffigurante i Santi Pietro e Paolo, gli altri, più grossolani, recano il blasone di uno stemma nobiliare (famiglia Rogadeo). Internamente alla guglia è collocata una colonna fissata precariamente alla base attraverso alcune linguette ripiegate. Le figure della Sacra Famiglia che compongono la scena sono sculture a tutto tondo, realizzate a sbalzo e cesello, le cui linee di saldature tra le parti sono facilmente visibili. Sono ancorate alla base attraverso perni in legno inseriti negli anelli saldati sotto i piedi delle figure.
Il gruppo scultoreo si presentava in precarie condizioni conservative. Il metallo mostrava una lieve e diffusa solfurazione, mentre le placchette smaltate, estremamente lacunose, erano scivolate verso il basso, con conseguente abrasione e deterioramento fisico della smaltatura. Le figure non erano del tutto stabili nella loro posizione sulle baccellature della base, precariamente bloccati con perni in legno e altri materiali. In alcuni punti della figura di San Giuseppe sono evidenti sbollature e sfogliature della doratura, che potrebbero suggerire l’eventualità di una seconda doratura, su metallo non perfettamente pulito. La base risultava fortemente deformata, schiacciata e fratturata a causa di un eccessivo carico cui era stata sottoposta in passato, non sorretta nella parte centrale da alcun piedino, presenti solo lungo il perimetro (due dei quali, peraltro, andati perduti assieme a porzioni di bordino traforato e sostituiti da elementi in ottone di fortuna). A precario sostegno centrale della base, era stato inserito a forza all’interno del tubo che attraversa il fusto un frammento cilindrico di legno, nella cui estremità inferiore era ulteriormente inserita una vite zincata, a mo’ di piedino. A seguito del cedimento della base, le zone fratturate e frammentarie erano state integrate con pezzi di lamina di ottone, fissati con perni, nel tentativo di ridare una unità e una forma al profilo danneggiato.
Caratterizzazione dei materiali costitutivi e di degrado.
Per poter far fronte a tutte le necessità che il precario stato di conservazione imponeva, l’opera è stata completamente smontata e sono stati eliminati gli elementi estranei di vecchio consolidamento. Le parti in lamina deformate sono state sottoposte a ripristino formale, così da riavvicinare i lembi delle fratture, in vista del loro successivo consolidamento. Dopo uno sgrassaggio preliminare a mezzo solvente e la rimozione dei pochi prodotti di corrosione della lega metallica con soluzione complessante, si è provveduto all’alleggerimento delle solfurazioni dell’argento. Le operazioni di consolidamento hanno rappresentato la maggior parte dell’intervento di restauro: tutti i sistemi di aggancio sono stati ripensati, con l’eliminazione delle zeppe in legno, sostituite da idonei elementi in argento; le fratture delle lamine sono state risarcite con saldatura localizzata a mezzo laser; le lacune del bordino traforato e dei piedini della base sono state integrate attraverso il calco siliconico di porzioni ed elementi analoghi, i cui positivi in cera sono stati quindi tradotti in argento tramite micro-fusione. Gli elementi di integrazione sono stati ossidati artificialmente e accordati alle superfici dorate circostanti con piccoli tocchi di oro a conchiglia, prima di unirli alla base tramite saldatura a mezzo laser. Il tubo che attraversa il fusto, deteriorato da ripetute azioni di apertura e chiusura e ormai troppo compromesso, è stato ripristinato nella sua funzionalità con l’inserimento, nella porzione terminale, di un breve rocchetto in lamina d’argento, al fine di allungarlo quanto necessario per poter permettere il ripiegamento al di sotto della base delle nuove linguette. Dopo aver provveduto alla pulitura e consolidamento delle placchette smaltate, le parti metalliche sono state protette con idonea vernice. Quale precauzione, data l’estrema fragilità della base, anche a seguito delle nuove operazioni di consolidamento, si è deciso di creare un supporto in resina, che riproduce il volume interno della base e assolve allo scarico dei pesi.
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