Il Taccuino di Bergamo è uno dei più antichi libri di modelli tardogotici conservati.
Il primo fascicolo è concordemente attribuito dalla critica a Giovannino de’ Grassi e contiene immagini di animali disegnati a penna e leggermente acquerellati, ma anche figure come i celebri Cantori (f.5v) e la pagina con Le dame (f.3r e 4v); il secondo, di una personalità diversa ma altrettanto capace, è dedicato quasi interamente alla rappresentazione di diverse specie di uccelli; il terzo fascicolo, di formato più piccolo, si inserisce nel primo interrompendo a metà due pagine sulle quali è raffigurata Una coppia di cervi su rocce, anch’esso contiene animali oltre che soggetti araldici e decorazioni per affreschi, riconducibili alla bottega di Giovannino; l’ultimo, il fascicolo più vario per i soggetti raffigurati, si chiude con il celebre Alfabeto figurato, parte policromo e parte monocromo (f. 26r e 27r).
Il taccuino è uno degli esempi meglio conservati di taccuini su pergamena. E’ composto da 31 carte, distinte in 4 fascicoli su cui sono presenti 67 soggetti e 24 lettere dell’alfabeto. La sequenza dei fascicoli non è quella originale, ma risale probabilmente al XVI secolo.
I 4 fascicoli sono cuciti fra loro e rilegati con una coperta di cartone ricoperta a sua volta da una sovraccoperta di pergamena floscia, durante l’intervento eseguito nel 1961 presso la Biblioteca Nazionale di Torino.
Molti studi sono condotti a pennello e penna con il solo ausilio degli inchiostri e di lievi lumeggiature a biacca; la maggior parte dei disegni è però parzialmente o totalmente colorata anche con stesure pittoriche di rilevante consistenza.
La tecnica più usata è quella del tratteggio, con due o più tipi di inchiostro, a volte mescolati con acquerellature; molto frequente è anche l’utilizzo della biacca e di un nero di natura organica miscelati insieme per rendere la tonalità grigia.
Nonostante l’uso e i diversi passaggi di proprietà, lo stato di conservazione del taccuino risultava complessivamente buono.
Alcuni fogli presentavano danni evidenti, come sporco e depositi superficiali, macchie di natura grassa, pieghe, piccoli strappi e lacune. Vi sono ripassi a penna nera su più di un contorno (fogli 4v,5r,6r,7v,8v,15r,17r,21v).
Alcuni disegni appaiono fortemente sbiaditi sia a causa della consunzione superficiale (sono posti in zone marginali del foglio e dunque soggetti a contatto diretto) sia a causa del tipo di inchiostro usato, bruno-giallo, molto leggero di tono e filiforme come tratto.
Un danno generalizzato era rappresentato dalla decoesione dal supporto dei pigmenti verdi.
Più gravi apparivano le condizioni delle pagine con l’Alfabeto monocromo restaurato nel 1961 (Biblioteca Nazionale di Torino): la pagina appariva controfondata con uno spesso foglio di carta e completamente ricoperto da un sottile velo di seta, che comprometteva la leggibilità delle bellissime lettere figurate.
Il restauro è stata anche l’occasione per studiare in modo approfondito il manufatto da un punto di vista storico-artistico e materico e per migliorare la conoscenza dei materiali impiegati e delle cause di degrado. Sono state condotte le seguenti indagini:
Il lavoro di restauro è stato effettuato grazie alla collaborazione fra istituzioni diverse: l’Opificio, per gli interventi sulla pergamena, sui materiali grafici e pittorici e la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze per lo smontaggio e la legatura.
Nella fase diagnostica, finalizzata ad una migliore conoscenza dei materiali e delle cause di degrado, il Laboratorio Scientifico dell’Istituto ha potuto fruire dell’apporto dell’Università di Firenze (Dipartimenti di Chimica e Fisica) e dell’Iroe (Istituto Ricerche sulle Onde Elettromagnetiche) del CNR di Firenze e del LENS (Laboratorio Europeo di Spettroscopie non Lineari).
Con l’attuale intervento si è ritenuto importante ottenere da un’opera di tale livello, grazie ad indagini non invasive, il maggior numero di informazioni sulle tecniche e sui materiali usati, nonché studiare i fenomeni di degrado più accentuati, ai fini della scelta dei trattamenti da eseguire.
Da un punto di vista operativo, si è puntato ad un recupero globale delle condizioni strutturali, ovvero della funzionalità, tenendo però adeguato conto anche delle valenze estetiche dell’opera, che sono preponderanti. Si è per questo affrontato tra i primi il problema della legatura, recuperando la coperta in cartone seicentesca, che se non è originale è comunque antica ed ancora valida, ed eliminando le veline interposte tra i fogli nella legatura.
Gli interventi effettuati sono sintetizzabili in tre fasi, elencate in ordine logico, non sequenziale:
Più complesso è stato il restauro dell’Alfabeto monocromo. E’ stato necessario infatti rimuovere a secco sotto microscopio il supporto cartaceo e il velo di seta che ricopriva il disegno a inchiostro, per poi completare la pulitura con leggeri passaggi a tampone, con una soluzione idroalcolica al 50%.
La pagina originale è stata ricostruita applicando sul verso un velo di carta giapponese molto fine. Con la stessa carta sono state integrate le lacune, su cui si è intervenuti con il ritocco pittorico ad acquerello che ripropone il colore della pergamena di fondo.
In accordo con la Direzione della Biblioteca Civica di Bergamo si è deciso di non modificare l’attuale sequenza dei 4 fascicoli, che ormai sono conosciuti in questa configurazione.
Il Taccuino è stato infine inserito in un contenitore costruito ad hoc, in cartone ricoperto in pelle e foderato con carta durevole per la conservazione.
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