Etnia Asmat, Barca delle Anime o Wuramon, XX secolo. Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane, Venezia

  • : Intervento di restauro
  • Stato attività: concluso

Dati

Informazioni sull’attività

Informazioni sull’opera

Informazioni storico-descrittive

Scultura a forma di canoa in legno intagliato e dipinto. All’interno vi sono quattro figure dalla testa di uccello allineate tra di loro e contornate da piume di casuario. Il loro viso è rivolto verso il basso, dando l’impressione che siano accovacciati e che tengano la testa fra le mani. Questi uccelli vengono chiamati ambirak, spiriti ancestrali che rappresentano persone defunte recentemente.

Al centro della barca vi è un elemento stilizzato di difficile lettura, potrebbe essere una tartaruga, chiamata umbum simbolo della fertilità. Le estremità della barca, a prua e prora, sono incise a tutto tondo. I bordi laterali della barca presentano decori intagliati, simboli di antenati. L’intera scultura presenta tracce di policromia: nero (simbolo della vita terrena, dell’invisibile e degli spiriti terrestri), rosso (ad evocazione del sangue) e bianco (simbolo dell’aldilà e degli antenati).

Gli autori di questa scultura appartengono al gruppo Joerat dell’etnia Asmat, il cui nome significa “popolo della terra”, “popolo che vive qui” o “popolo che è di casa su questa terra”. Tale popolo vive sulla costa sud-occidentale della provincia indonesiana dell’Irian Jaya.

La barca delle anime veniva impiegata nel corso della festa emak cem, particolarmente importante per questo gruppo etnico in quanto rende onore ai defunti e permette di accomiatarsi da loro, invitandoli a partire per il regno degli antenati. La festa permetteva, altresì, di celebrare i riti di iniziazione di ragazzi e razze.

La barca delle anime, ultimata il giorno stesso della cerimonia, viene nascosta alla vista fino al momento culminante delle celebrazioni, in cui ai defunti viene chiesto di assicurare protezione, forza, energia e talento ai giovani che partecipano all’iniziazione.

Quando tutte le figure della barca sono scoperte, questa viene issata sulle spalle di alcuni uomini e trasportata verso la porta di casa. Il rito è accompagnato dai lamenti degli uomini che simulano il dolore delle donne durante il parto. Ciò simboleggia la rinascita degli iniziati e la loro entrata in nuova vita.

Dalla casa, la barca viene poi trasportata fino al fiume, in direzione Safan, a simboleggiare che l’isolamento dei giovani è ormai finito.

Alla fine degli anni ’50, Peggy Guggenheim arricchì di opere d’arte allora definite “primitive” la sua dimora veneziana e la sua collezione.

Tale interesse trova le sue radici nel periodo della breve e tormentata relazione sentimentale con l’artista surrealista Max Ernst, con il quale visse a New York tra il 1941 ed il 1943. È ampiamente documentata, anche dagli stessi racconti di Peggy, l’irrefrenabile passione che Ernst aveva soprattutto per manufatti provenienti dalle Americhe e dalle isole oceaniche, che comprava quasi compulsivamente ogni volta che vendeva un suo quadro e con cui riempiva la loro casa newyorkese. La maggior parte delle opere veniva acquistata dal proprietario di una delle maggiori gallerie d’arte di New York, l’ebreo berlinese rifugiato Julius Carlebach, che Peggy conobbe personalmente nel ’42. Inoltre, vale la pena menzionare che nel 1938 Robert Goldwater aveva avviato, con la pubblicazione del suo “Primitivism in Modern Art”, un intenso dibattito culturale nei salotti frequentati dagli artisti, dagli intellettuali, dalla ricca borghesia e dai grandi galleristi, paragonabile a quello avvenuto a Parigi nel 1905 sulla cosiddetta Art nègre, se non addirittura maggiore. Fondamentale e indicativa fu, in tal senso, l’apertura delle prime importanti esposizioni temporanee a carattere monografico nei principali musei e gallerie degli Stati Uniti, primo tra tutti il MoMA di New York, cui Peggy partecipò, seppur senza grande entusiasmo. Quando Ernst nel ’43 lasciò casa a seguito del naufragio della loro relazione, portò via con sé tutte le opere della sua collezione. Una volta trasferita a Venezia, Peggy iniziò finalmente ad interessarsi, stavolta in modo diretto e appassionato, all’arte “primitiva”. Nella primavera del 1959, durante un lungo viaggio in Messico e negli Stati Uniti, visitò la galleria di Carlebach e da lui acquistò un primo ricco nucleo di dodici opere d’arte oceaniche, africane e precolombiane. La stessa Peggy scrive: “Cominciai ad acquistare l’arte precolombiana e primitiva e nelle settimane successive mi ritrovai orgogliosa di dodici fantastici oggetti di artigianato: si trattava di maschere e sculture della Nuova Guinea, del Congo Belga, del Sudan Francese, del Perù, del Brasile, del Messico e della Nuova Irlanda”. Di questo primo nucleo facevano sicuramente parte la maschera tatanua (inv. 76.2553.PGC 232), il palo scolpito malanggan (inv. 76.2553.PGC 233), il reliquiario kota (inv. 76.2553.PGC 245), il tappo di risuonatore chambri (inv. 76.2553.PGC 239) e probabilmente la maschera d’mba (inv. 76.2553.PGC 243). Tale interesse si consolidò dopo il suo rientro a Venezia, e Peggy continuò ad acquistare oggetti di arte “primitiva” un po’ per volta, arrivando a possedere una cinquantina di pezzi, in parte maggiore rimasti nella collezione, in parte passati agli eredi. Venti di questi manufatti furono presentati nel primo grande catalogo della collezione veneziana, curato da Nicolas e Elena Calas, in una specifica sezione intitolata “Primitive Art”. Peggy esponeva queste opere accostandole ai dipinti e alle sculture dei suoi artisti preferiti nelle stanze di Palazzo Vernier dei Leoni, come raffinati oggetti d’arredo, come testimoniano numerose fotografie d’epoca conservate nell’archivio fotografico del museo.

L’opera è stata esposta nella mostra “Migrating objects. Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim”, allestita nel padiglione delle esposizioni temporanee della PGC dal 15 febbraio 2020.

Tecnica esecutiva

L’opera, realizzata dal wow ipits (wow significa “intaglio” e ipits uomo), è una scultura policroma in legno (n.a.) intagliato. Da uno studio bibliografico è emerso che la tipologia di legno usato potrebbe essere il Sago o altro legno presente nella foresta pluviale. Gli Asmat, infatti, possedevano una notevole conoscenza delle piante presenti nel territorio e prestavano particolare attenzione alla scelta e cura del legno, il quale veniva meticolosamente protetto durante la stagionatura, al fine di evitare l’insorgere di fessurazioni che avrebbero potuto comprometterne la qualità.

Le fonti  suggeriscono che questa tipologia di scultura venisse realizzata intagliando un unico pezzo di legno. Ciò sembrerebbe valido anche per l’opera in esame. Tuttavia, le parti di contatto tra le braccia degli uomini-uccello e i lati della barca sono rinforzate dall’inserimento di piccoli chiodini di fattura industriale.

Per quanto riguarda gli strumenti adoperati per la realizzazione dell’intaglio, è probabile che l’artista abbia usato zanne di cinghiale o denti di alcuni pesci. Le conchiglie di alcune specie di molluschi venivano adoperate come veri e propri coltellini.

Strumenti come le asce, realizzate in pietra, erano rari e considerati sacri. L’artista che ne possedeva una, la battezzava con il nome della madre o della nonna paterna.

Gli strumenti metallici furono introdotti solo durante l’ultima guerra e oggi giorno sono ampiamente utilizzati. Non è da escludere, quindi, che l’artista abbia usato, oltre agli strumenti tradizionali, anche scalpelli o coltelli in metallo.

L’opera presenta delle campiture policrome. I colori rilevati sono riconducibili a quelli tradizionalmente adoperati dalla comunità Asmat: bianco, rosso e nero.

Il bianco, localizzato sulle due estremità della barca e sui corpi delle figure uomo-uccello, è a base di carbonato di calcio, prodotto probabilmente dalla combustione di conchiglie .

Il rosso, a base di ocra rossa, è steso solo sulle parti che simboleggiano le scarificazioni dei personaggi e su quelle rappresentanti le ossa e l’interno del becco delle figure uomo-uccello. Infine, poche campiture di nero, a base di nero organico con piccole percentuali di blu di Prussia, sono rilevabili su piccole aree circolari presenti sulle figure degli uomini-uccello e sulla figura centrale raffigurante probabilmente una tartaruga stilizzata.

Le figure con la testa di uccello sono arricchite con piume di casuario, tenute ferme alla base del collo con dei sottilissimi fili in fibra vegetale (n.a.).

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