Il ciclo decorativo della cappella Bardi è stato oggetto di vari studi conoscitivi da parte dell’Opificio delle Pietre Dure; il primo passo nel 2002 in prospettiva del convegno giottesco per l’inaugurazione della cappella degli Scrovegni e in seguito nel 2009, grazie a un grant della durata di tre anni messo a disposizione dalla Getty Foundation di Los Angeles, per uno studio approfondito della tecnica esecutiva e dello stato di conservazione delle cappelle Bardi e Peruzzi utilizzando innanzitutto tecniche fotografiche, perciò di imaging, e strumentazioni non invasive, per passare poi a qualche micro-prelievo di materiale. Con quello studio fu evidente lo stato di degrado delle pitture tanto da auspicarne un restauro.
Il ciclo comprende i seguenti soggetti: a destra: La rinuncia agli averi (lunetta); L’Apparizione al capitolo di Arles¸ Il compianto e la Verifica delle stigmate; a sinistra: La conferma della Regola (lunetta); La prova del fuoco di fronte al sultano; L’Apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido di Assisi. Nella parete di fondo: s. Ludovico di Tolosa; s. Chiara; s. Elisabetta d’Ungheria. Nella volta: Virtù francescane. Arco d’ingresso: Evangelisti e Dottori della Chiesa.
Fu dipinta per Ridolfo di Bartolo, membro di una delle famiglie fiorentine più influenti dell’epoca cioè i Bardi, detentori di una grande compagnia bancaria che fallirà verso la metà del 300 a causa dell’insolvenza della corona inglese. È una delle quattro cappelle commissionate alla bottega giottesca nel transetto della grande chiesa francescana.
La datazione della cappella Bardi è stata alquanto discussa tra gli studiosi di Giotto. In una recente disamina si è cercato di intravvedere i caratteri stilistici dei diversi pittori presenti nella bottega giottesca, benché limitatamente ai soggetti di una sola scena del ciclo fiorentino. I raffronti stilistici con altri lavori di Giotto e alcuni elementi iconografici portano a datare la decorazione pittorica tra il 1317, anno della canonizzazione di san Ludovico di Tolosa che figura nella parate di fondo, e il 1328, anno della partenza del pittore per Napoli al servizio di Roberto d’Angiò, le pitture tuttavia si mostrerebbero più vicino alla prima data che alla seconda.
Dalla recensione delle giornate d’intonaco appare evidente l’intenzione di disporre di una base a fresco per l’esecuzione degli episodi del ciclo; l’estensione delle giornate è commisurata con il brano pittorico che ospitano: normalmente più grandi e rettilinee per gli sfondi, più piccole e sagomate in occasione delle figure, talvolta circoscrivendo le sole teste. Le analisi per imaging (UV/fl) hanno invece rivelato un’abbondante esecuzione a secco, oltre ai consueti fondi azzurri del cielo e alle poche dorature, parti di architetture e intere vesti. L’identificazione del legante è ancora lontana dall’essere precisata a causa dell’inquinamento dei materiali di restauro sino a d oggi accumulatisi sopra le superfici.
I metodi per il disegno sull’intonaco sono: battitura di corda colorata in rosso; incisioni dirette; segno a mano libera per le figure utilizzando diversi colori: giallo, rosso e verde. Non abbiamo ancora raccolto alcuna evidenza dell’esistenza di una sinopia ma è molto probabile che esista una fase preparatoria sull’arriccio.
Per quanto riguarda i pigmenti sappiamo, grazie alle tecniche non invasive XRF insieme alla FORS, della presenza di bianco di calce; biacca (Bianco di piombo); azzurrite; terre e ossidi, ma molto di più potrà essere scoperto durante il prossimo intervento di restauro. Le stesure preparatorie per l’azzurrite variano nella volta rispetto alle pareti: in alto morellone cioè rosso scuro e in parete grigio, forse per dare profondità diverse ai cieli, realistici nelle storie e spirituali nella volta.
Le poche aureole raffigurate sono in rilievo nella parte alta, piatte in basso e dorate a foglia.
La cappella Bardi condivide il triste destino di molte pitture trecentesche che durante i secoli “illuminati” furono nascoste perché non più apprezzate o perché troppo mal ridotte. Leggendo le vecchie guide di Firenze si capisce lo stato di incuria in cui venivano lasciate in generale le decorazioni giottesche finché nel corso del Settecento la cappella Bardi fu scialbata e nel 1812 e nel 1818 vennero inserite nelle pareti laterali due memorie funebri dedicate a famosi architetti al servizio del Granduca producendo danni alle pitture per gli scavi funzionali all’ammorsamento delle parti lapidee. Solo dopo la metà del secolo, a causa dell’iniziativa di procedere alla nuova decorazione della cappella, che a quell’epoca doveva sembrare piuttosto sguarnita, per mano del pittore Carlo Morelli, si arriverà alla scopritura fortuita della tracce giottesche sulle pareti. Durante i lavori di smantellamento del precedente allestimento che comprendeva un grande altare in legno nella parete di fondo, e per l’allestimento dei ponti con la ricerca delle vecchie buche pontaie apparvero infatti le prime tracce giottesche. Nel 1851 prese così ufficialmente avvio il progetto di rimozione dello scialbo per il ritrovamento delle antiche e note pitture, con la riapertura della bifora medievale e lo smantellamento nel 1853 dei due monumento funebri; l’incarico fu affidato al pittore Gaetano Bianchi già noto come specialista nel recupero delle antiche decorazioni, togliendo di fatto l’incarico al Morelli che già aveva intrapreso il descialbo per buona parte della parete a destra e per alcuni saggi su quella a sinistra. Di fatto il Bianchi risarcì completamente e in stile tutte le grandi lacune prodotte dal degrado e dagli epitaffi e restituì quindi la cappella in uno stato di totale integrità. Nel 1937, in occasione del centenario giottesco, nella cappella verranno eseguiti dalla ditta Benini con la direzione di Ugo Procacci alcuni saggi di pulitura, la fermatura dei sollevamenti del colore e la spolveratura di tutte le superfici onde rendere più leggibili la pitture giottesche. A causa del poco tempo e dei mezzi a disposizione si decise di restaurare completamente solo la scena delle Stimmate posta sulla parete del transetto (vedi scheda Stimmate). In questo contesto le pitture della Bardi furono giudicate in buono stato di conservazione dal Procacci stesso sebbene molto ritoccate, coperte da fissativi e infine patinate dal Bianchi. Nel 1958 con Leonetto Tintori e ancora la direzione di Procacci prese l’avvio un nuovo e stavolta completo intervento di restauro (insieme alla cappella Peruzzi limitrofa) che fini nel 1961, con il risultato di liberare da tutte le ridipinture del Bianchi l’opera giottesca. Gli interventi pittorici sopra l’originale vennero rimossi, mentre quelli eseguiti sopra nuove stuccature all’interno delle scene vennero strappati e conservati mediante foderatura e incollaggio su supporti in legno truciolare (ricoverati in parte presso la basilica francescana e in parte presso i depositi delle Soprintendenza fiorentina). I rifacimenti delle parti meno preziose vennero semplicemente ricolorati con una tinta omogenea e grigia.
Durante le nostre ultime perlustrazioni ravvicinate (2010), rese possibili grazie alla presenza di un ponteggio di servizio in tutta la cappella, abbiamo rilevato alcune zone in cui l’intonaco di supporto è sollevato dalla muratura sottostante, soprattutto in prossimità delle fratture che partendo dall’alto della parete destra la percorrono fino a una certa quota, che sono segno di vecchi dissesti statici della cappella, e nella metà sinistra della parete di fondo.
Il solfato di calcio biidrato, ovvero il gesso, è stato segnalato (visivamente e analiticamente) in varie zone come causa di sollevamento di piccole pustole di colore; sono presenti anche i segni di vecchie infiltrazioni d’acqua dalle coperture e dalle pareti esterne in forma di patine biancastre dovute a sali solubili e ad alterazioni di materiali superficiali. La figura di s. Elisabetta nella parete di fondo appare particolarmente afflitta da questo degrado.
Altri sollevamenti in forma di esfoliazione sono presenti soprattutto a causa della contrazione dei materiali di restauro stesi sopra la superficie, innescata dalle condizioni climatiche proprie della cappella (fluttuazioni stagionali di Umidità relativa e Temperatura).
L’intera decorazione ha sofferto in generale dei brutali metodi meccanici applicati durante il descialbo ottocentesco a cui sono probabilmente da imputare molte varie abrasioni e perdite di campiture a secco. Sulla superficie le recenti analisi hanno individuato le presenza di un fissativo organico.
Il ritocco pittorico eseguito nell’ultimo restauro eseguito dalla ditta Tintori (1959-61) è in gran parte alterato nei toni o consunto e perciò incide negativamente sulla lettura dell’immagine. In questo stesso intervento le integrazioni ottocentesche furono rimosse lasciando il posto all’interno delle scene a stuccature sotto livello di colore grigio, mentre furono solo ingrigite con una tinta nelle parti decorative della volta.
Cospicuo e disseminato ovunque è il deposito del particolato atmosferico e del nerofumo accumulatisi in circa 60 anni dall’ultimo intervento.
Sino ad oggi non è stata eseguita alcuna azione conservativa che non sia quella della mappatura dei fenomeni di degrado e della documentazione dello stato delle pitture nel 2010. Cogliendo l’occasione della presenza di un ponteggio sull’intera cappella, le superfici sono state osservate puntualmente in luce radente e sono stati prelevati alcuni micro-campioni per identificare i diversi tipi di sostanze presenti nel contesto, ad ora molto confuso, delle pitture. Lo studio analitico si è concentrato in un secondo tempo sulla scena dell’Apparizione del Santo al capitolo di Arles, il secondo registro dall’alto della parete a sinistra, dopo aver però individuato e documentato con set fotografici completi le zone più interessanti dal punto di vista delle caratteristiche tecniche in tutte le scene della cappella.
È già stato risanato lo stato delle coperture e delle finestre ed è in programma un intervento di restauro che metta fine alla serie di gravi fenomeni di degrado che minacciano la sopravvivenza di tante parti della pellicola pittorica. È anche prevista un’azione di monitoraggio microclimatico per individuare le eventuali cause remote di alcuni fenomeni e prendere atto delle effettive condizioni di conservazione delle pitture.
Frosini a. c., Progetto Giotto. Tecnica artistica e stato di conservazione delle pitture murali nelle cappelle Peruzzi e Bardi a Santa Croce, Firenze, 2016-17.
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