Il monumentale reliquiario fu commissionato da Cosimo III Medici per conservare le reliquie di Sant’Antonio da Padova, cui il granduca era molto devoto. Il lavoro fu commissionato all’orafo di corte Marc’Antonio Merlini, figlio di Cosimo Merlini, già ampiamente attivo presso le botteghe granducali. Inizialmente collocato nella Cappella Reale di Palazzo Pitti, venne trasferito nella Cappella delle Reliquie della basilica di San Lorenzo nel 1785. Interamente realizzato in argento, risente stilisticamente della lezione di Pietro da Cortona e del Barocco romano, cui Marc’Antonio dovette essere esposto tramite l’Accademia Medicea di Roma, voluta da Cosimo III e attiva dal 1673 al 1686, proprio gli anni di esecuzione dell’opera in questione.
Il reliquiario è interamente realizzato in argento, prevalentemente per fusione, ma anche in lamina, ad alto titolo (928/1000). Il basamento, apparentemente composto da lamine sbalzate, è in realtà ottenuto per fusione, come evidenziato dai segni lasciati all’interno dalla sovrapposizione delle lastre di cera e dai segni di lavorazione di quest’ultima. Le varie parti sono state saldate tra loro a fuoco, fermandole temporaneamente tramite cuciture in filo d’argento, in seguito eliminato sulle superfici esterne, mentre è stato lasciato su quelle interne. Anche gli angeli sono ottenuti per fusione di parti separate, poi unite tramite saldatura forte in argento. I rami fioriti sono invece realizzati in lamina.
L’opera, oltre ad essere compromessa cromaticamente in seguito all’offuscamento accentuato della superficie argentea, necessitava di un radicale intervento di consolidamento, a causa della rottura del piede anteriore sinistro, completamente distaccato dalla base. Dall’osservazione delle linee di frattura, sembra ipotizzabile che la rottura del piede sia imputabile a una caduta accidentale, che ne ha anche provocato la parziale deformazione. Un’altra rottura, di entità minore, riguardava uno dei fiori di giglio, distaccatosi da uno dei due rami. Fori e perni presenti sul manufatto dovevano servire da ancoraggio per alcuni elementi andati perduti in passato. Al di là di queste rotture e lacune, il Reliquiario non presentava particolari problemi di tenuta, essendo ancora perfettamente funzionali gli altri vincoli meccanici.
Il manufatto si presentava completamente ricoperto da una patina di colore nero, la quale mortificava il naturale splendore dell’argento e la splendida esecuzione tecnico artistica dell’opera. Tale patina è generalmente costituita dai prodotti di alterazione dell’argento, quali il solfuro d’argento, che conferisce una coloritura bruno nerastra o bruno giallognola. Si concentrava in superficie, inoltre, una grande quantità di particellato atmosferico, reso viscoso anche dal nerofumo proveniente dal luogo di culto; a ciò si aggiungeva la presenza di depositi localizzati di cera, proveniente sempre dalle candele. Non erano presenti zone di colorazione verde-chiaro, segnali della presenza di processi di corrosione attiva con formazioni saline, a conferma che l’alto tenore dell’argento presente nella lega diminuisce la probabilità della corrosione attiva del metallo prezioso.
I rami fioriti presentano alcune vecchie riparazioni con saldatura a stagno di elementi distaccatisi nel tempo. Appare molto probabile che l’opera sia stata sottoposta in passato a puliture molto aggressive, presumibilmente attraverso l’uso di acidi o basi, che ne hanno alterato la naturale patina.
La monumentale opera è stata sottoposta a smontaggio, agendo sui vincoli meccanici che tenevano assieme le varie parti. Ciò ha consentito un intervento più agevole, efficace e sicuro su tutte le parti del Reliquiario. Dopo l’aspirazione preliminare dei depositi pulverulenti incoerenti, si è proceduto con la rimozione meccanica, attraverso strumenti di legno, dei depositi cerosi, prima di completare lo sgrassaggio a mezzo solvente, sia per immersione che con impacchi localizzati. Le varie parti sono state quindi lavate in acqua e detergente non ionico, operazione che ha facilitato l’indebolimento della patina nerastra di solfuri. La pulitura, lunga e laboriosa, è avvenuta con sospensioni di micro-abrasivi, calibrati a seconda del diverso trattamento delle superfici e dello stato di conservazione. A conclusione del restauro, l’opera è stata protetta con vernice nitrocellulosica, che ostacolerà l’innesco di nuovi fenomeni di degrado.
I consolidamenti strutturali, in particolar modo del piede rotto, hanno richiesto varie elaborazioni, in considerazione della necessità di restituire al piede la sua funzione portante, che deve essere in grado di sostenere, assieme agli altri tre piedi, il peso complessivo del Reliquiario, superiore ai 20 kg. Grazie alla collaborazione di un esperto fabbro tornitore, è stato ideato e realizzato un supporto in acciaio inox, applicato alla struttura mediante un congegno meccanico totalmente reversibile e invisibile dall’esterno. Il fiore distaccato è stato ricollocato sul ramo attraverso un elemento di raccordo in argento, realizzato su misura, bloccato meccanicamente sul ramo, consentendone la totale reversibilità.
Sezione successiva
