L’intervento sul manto di Napoleone ha previsto una fase diagnostica conoscitiva preliminare sui materiali utilizzati per caratterizzare meglio la manifattura e lo stato di depolimerizzazione delle fibre, ed un intervento volto principalmente alla pulitura dell’ossidazione del filato metallico, avvenuta dopo un’accurata sperimentazione, e alla creazione di una struttura idonea all’esposizione del manufatto.
IFAC-CNR Daniele Ciofini
CNR-INO Antonina Chaban
Il manto di Napoleone Bonaparte, da lui indossato nel 1805 per l’incoronazione come Re d’Italia, è un mantello con ampio strascico in velluto verde ricamato con fiori, tralci e la lettera “N” in filato metallico argenteo, caratterizzato dalla presenza di una sola manica ad un braccio, il destro.
All’interno del manto si trova una fodera in raso beige ricamata con filato scuro a punto pittura in forma di coda di rondine, a simulare pelliccia di ermellino.
Il manto è realizzato in cinque teli di velluto verde cuciti in verticale lungo le cimose, foderato con altrettanti teli di raso di seta color avorio ricamati in filato di seta marrone con un disegno a piccoli scudi a imitazione delle pellicce regali di ermellino bianco con code scure. Dal punto di vista sartoriale il mantello ha confezione “a poncho” con una parte anteriore lunga sotto il ginocchio e stondata; aperta sul fianco sinistro e chiusa invece sul lato destro dove si trova l’unica manica, larga e corta al gomito. Ha il bordo stondato, senza guarnizioni e un’apertura a taglio netto, di una ventina di centimetri, sul davanti: il profilo è rifinito da un sottile nastro in taffetas verde e lo stesso nastrino serve anche per chiudere la scollatura. La superficie vellutata del manto è cosparsa di trecento rosette a quattro petali trilobati, ricamate in argento.
Lo stato di conservazione è apparentemente buono, non presentando strappi o evidenti problematiche, ma il peso notevole dell’indumento richiede una revisione delle cuciture tra le pezze e la messa a punto di un supporto adeguato.
A un’indagine più accurata è evidente che il manufatto è stato oggetto di revisioni, per cui le cuciture tra velluto e fodera sono in parte mal eseguite, con punti che tirano entrambi i tessuti.
La fodera è in uno stato conservativo parzialmente compromesso dato il notevole sporco, le lacerazioni, la perdita dei numerosi ricami a punto pittura un tempo a contatto con il suolo.
Per quanto concerne la decorazione ricamata sul velluto, è piuttosto scura a causa dell’ossidazione, e sarebbe auspicabile abbassarne i toni per restituire maggior luminosità complessiva all’indumento.
Lo scollo, zona degradata e fragile, è stato precedentemente “restaurato” utilizzando in parte uno dei nastri stessi che servivano per chiudere i lembi del manto al collo, e in parte – presumilbilmente in tempi più recenti – con l’impiego del maline in tinta per proteggere la restante zona.
E’ stata eseguita una pulitura meccanica per aspirazione di tutti i tessuti sul velluto e sul raso.
Per la rimozione della solfurazione dei filati metallici invece, dopo numerosi test di pulitura, è stato sperimentato l’uso del laser che ha dato risultati promettenti. Alla fine dei test si è optato per l’uso di laser Nd:YAG LQS (1064 nm) impostando una fluenza compresa in un range di 0,6-0,7 J/cm2 e frequenza di ripetizione di 2 Hz. L’irraggiamento è stato eseguito a umido e il residuo di patina scura, rimosso dal raggio laser, asportato meccanicamente tramite spugne di poliuretano.
L’intervento si è concluso con il consolidamento ad ago delle lisature e degli strappi della fodera e con l’eliminazione e il ripristino soltanto di quelle cuciture eseguite malamente che aggravavano il degrado del tessuto. Per l’esposizione è stata costruita una struttura semi-rigida ad ampie pieghe verticali con una base per lo strascico, in tessuto poliestere, termoplastico (fosshape).
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