La croce, ascrivibile a una produzione locale di media qualità, era in origine collocata in cima all’altare marmoreo (1509-1517) di Lorenzo di Mariano, detto il Marrina, ancorata con piombo all’acroterio sommitale. È stata rimossa dalla sede nell’anno 2011 e sostituita con una copia in lamina di rame, che ne sintetizza il profilo, senza riproporre le pigne decorative e il Crocifisso.
La croce è realizzata nel modo più semplice, essendo stata ricavata in un solo pezzo da una lamina di rame, presumibilmente a traforo, con seghetto. Sia il recto che il verso della croce sono stati quindi arricchiti da incisioni a bulino raffiguranti, sul recto, il Pellicano che nutre i suoi piccoli, la Vergine dolente, San Giovanni Evangelista e la Maddalena; sul verso, i Quattro Evangelisti, l’Agnello mistico e un Santo Martire. La superficie è stata infine dorata ad amalgama di mercurio.
Il Crocifisso, posto all’incrocio dei bracci sul recto della croce, è invece realizzato per fusione, presumibilmente di una lega di rame (ottone o bronzo), e quindi fissato con chiodi in lega di rame alla struttura principale.
Lungo tutto il perimetro della croce sono fissate meccanicamente, tramite ribaditura, n. 18 pigne decorative (la forma è simile a quella di una nocciola), composte da due parti: un cespo di tre foglie, realizzate in lamina di rame, e una pigna centrale, sempre in lamina di rame, composta dall’unione tramite saldatura di due mezze cocce. Tutte le pigne, diversamente dal resto degli elementi della croce, sono argentate e non dorate. Solo una è di forma diversa, rotondeggiante anziché rastremata, e dorata, evidentemente di antica sostituzione: quella sul recto, terminale sinistro, in basso a sinistra. Tre cespi di foglie sono anch’essi di sostituzione, dal momento che sono dorati invece che argentati: quelle sul recto, terminale sinistro, in basso a sinistra e in alto a sinistra e quella sul terminale destro, in alto a destra.
L’opera versava in mediocre stato di conservativo, a causa di un antico intervento di ripristino della doratura, con metodo estemporaneo e scarsa capacità tecnico-manuale, che ha completamente alterato la lettura delle superfici. Non si riscontrava alcun problema strutturale, essendo la croce rimasta per lunghissimo tempo al sicuro sulla sommità dell’altare marmoreo del Marrina. Le superfici erano, però, interessate da un evidente fenomeno di alterazione della lega, con un diffuso strato di prodotti di alterazione, a causa del microclima umido in cui (presumibilmente per qualche secolo) è stata conservata. La parte inferiore del puntale è rotta e presenta tracce della piombatura che fissava l’opera sull’acroterio superiore dell’altare.
Una pigna decorativa è di sostituzione: è diversa la forma dell’elemento (sferica anziché rastremata), il trattamento delle foglie e la finitura dorata, al posto di quella argentata presente sugli altri elementi. Anche tre cespi di foglie sono di sostituzione, diversi nel trattamento della superficie e nella finitura dorata anziché argentata. È presumibile che siano stati utilizzati elementi già esistenti per andare a colmare le lacune occorse in seguito alla perdita degli originali.
Il principale intervento precedente è, però, quello con cui, in epoca imprecisata, si è tentato di ravvivare l’originaria doratura, forse ormai troppo consunta e/o offuscata dallo sporco sedimentato sulle superfici e dalla naturale ossidazione del metallo. Questa condizione di degrado doveva rendere poco visibile la croce dal piano di calpestio, collocata a molti metri di altezza, sulla sommità dell’altare. Venne pertanto deciso di stendere, sulla sola faccia anteriore della croce, uno spesso strato di imprimitura (gesso, biacca e olio), obliterando del tutto le incisioni e il modellato del Cristo, quale fondo per applicare ritagli di foglia oro, senza alcuna attenzione alla giunzione delle parti né, tantomeno, a ricoprire completamente la superficie. Ciò doveva bastare a restituire una certa luminosità all’opera, rendendola nuovamente apprezzabile dal basso. Significativamente, è stato sottoposto a tale trattamento il solo recto della croce, l’unico visibile da terra, mentre il verso è stato lasciato tal quale. L’operazione deve essere avvenuta direttamente in situ, sulla sommità dell’altare, senza smontaggio. L’applicazione dell’imprimitura, infatti, si interrompe bruscamente in corrispondenza della figura della Maddalena, prima che inizi il puntale, senza nemmeno ricoprirla completamente (questa parte rimaneva invisibile da terra). Sgorature verticali della preparazione a gesso sul verso testimoniano, anch’esse, una stesura a pennello (di cui, peraltro, si conservano peli inglobati nello spessore della materia) sull’opera in posizione eretta.
Analisi dell’imprimitura e della doratura.
Dopo aver effettuato un prelievo ai fini dell’identificazione dello strato di imprimitura e della tecnica di doratura, si è proceduto con l’eliminazione delle superfetazioni, che nascondevano la superficie originaria dell’opera. La rimozione di questo strato è avvenuta con mezzi prevalentemente meccanici, allo scopo di interferire il meno possibile con la bella patina naturale acquisita nel tempo dal rame. La lenta rimozione dello strato gessoso ha reso necessaria una minuziosa rifinitura della superficie e, in particolar modo, delle incisioni con aghi, specilli metallici e bisturi. Quest’ultima procedura è avvenuta interamente al microscopio ottico, così da avere il massimo grado di controllo dell’azione meccanica.
La pulitura del verso, che non era stata ricoperta dallo strato di imprimitura, è stata, invece, più semplice e rapida, dal momento che era solamente affetta dalla presenza di un diffuso, ma piuttosto sottile, strato di prodotti di alterazione del rame, presumibilmente dovuti all’interazione con una cospicua umidità atmosferica. La stretta vicinanza di questa superficie con la parete esterna della chiesa potrebbe avere una qualche importanza in tal senso. Si è proceduto perciò con l’applicazione di una soluzione complessante gelificata, accuratamente risciacquata con tamponature ripetute di acqua demineralizzata. Anche in questo caso, la rifinitura della superficie è avvenuta meccanicamente, con l’utilizzo di bisturi e altri specilli metallici, sempre al microscopio ottico. Al termine della pulitura, l’intera superficie è stata protetta con l’applicazione di uno strato di cera microcristallina, specifica per leghe di rame.
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