Le prime notizie dell’opera si hanno nell’Ottocento grazie allo storico dell’arte Giovanni Morelli (1816-1891) il quale, in una lettera scritta all’amico Niccolò Antinori il 23 maggio 1856, cita il dipinto fra i quadri della sua collezione: “una Madonna del Mantegna (a tempera forte) col bambino che dorme che è una meraviglia davvero; la testa della Madonna pur troppo è stata ritoccata. A me fu venduto per ‘quadro della scuola mantegnese’ – ma è indubitabile Andrea Mantegna”.
Nel 1861 la tela fu venduta per 2.000 lire a Gian Giacomo Poldi Pezzoli (1822-1879), probabilmente per pagare un debito di gioco di Morelli. Fu il conte Poldi Pezzoli ad affidare nel 1863 il restauro del dipinto al celebre pittore restauratore Giuseppe Molteni.
Nell’inventario redatto nel 1879, alla morte di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, il valore venale attribuito all’opera da Giuseppe Bertini (1825-1898), primo direttore del Museo Poldi Pezzoli, era già lievitato a ben 15.000 lire.
Il dipinto è realizzato con una particolare tecnica artistica, diffusa nel Quattrocento soprattutto nel Nord Europa e indicata col termine tedesco di tüchlein. Tecnicamente si tratta di una “tempera magra”, cioè una stesura pittorica basata sull’utilizzo di un medium a colla animale, che produce un risultato molto diverso dall’olio o dalla tempera a uovo ed è responsabile del particolare effetto opaco e quasi pulverulento della superficie pittorica.
Tali opere non venivano verniciate e quindi non si produceva alcun risultato di saturazione e lucidità della superficie pittorica, per questo le tempere magre erano quasi assimilabili, nel risultato estetico, alla pittura murale.
In epoca passata molti di questi dipinti, non compresi nella loro caratteristica tecnica originaria e nella intenzionalità estetica per cui erano stati ideati, sono stati restaurati in maniera impropria, come fossero tempere di tipo tradizionale e, soprattutto, sottoposti ad una verniciatura finale, per saturare i colori percepiti come troppo “piatti” o “polverosi”, creando, a seconda dei materiali utilizzati, danni irreversibili, sia conservativi che estetici.
Un simile trattamento era stato riservato anche al dipinto in questione, restaurato da Giuseppe Molteni nel 1863, con un doppio intento, conservativo ma anche “migliorativo” dei valori estetici del dipinto, verso il gusto della committenza.
Realizzato su una tela di lino molto sottile, caratterizzata da un titolo di 23 fili/cm sia in trama che in ordito, il dipinto non presenta uno strato preparatorio tradizionale, ma solo una stesura di appretto a base di amido e colla animale che aveva la funzione di rendere la tela meno flessibile e assorbente in modo da facilitare la successiva esecuzione pittorica.
La pellicola pittorica, costituita da veloci stesure di colore diluito, senza stratificazioni successive, è talmente sottile da assecondare perfettamente l’andamento della tela, la cui texture, molto serrata, conferisce allo strato pittorico un aspetto leggermente granuloso.
La tavolozza dell’artista prevede bianco di piombo, cinabro, azzurrite, malachite, lacca rossa e nero a base di carbonio.
Elemento di grande ricercatezza è rappresentato dalle pennellate di oro in conchiglia che impreziosiscono lo sguardo della Vergine, le ciocche di capelli e la veste della Vergine.
L’Opificio delle Pietre Dure ha svolto una approfondita campagna diagnostica che ha accompagnato l’intervento di restauro in ogni sua fase. L’approfondimento diagnostico è stato necessario per comprendere a fondo la tecnica esecutiva, lo stato conservativo del dipinto, per definire più accuratamente l’entità dell’intervento di Molteni e, infine, chiarire alcune piccole scoperte che si andavano rivelando.
L’intervento operato da Molteni nel 1863, oltre a conferire sostegno alla delicatissima tela originale per mezzo di una foderatura, aveva pesantemente alterato l’aspetto originario dell’opera. Molteni intervenne ampiamente dal punto di vista estetico con stuccature e integrazioni pittoriche a colmare le lacune, ma anche con vere e proprie ridipinture a coprire la materia originale, inventando decorazioni e lumeggiature ad oro sul manto della Vergine. In particolare, in corrispondenza del manto della Vergine, le indagini hanno rilevato una doppia versione pittorica: una stesura in Blu di Prussia (pigmento di sintesi diffusosi a partire dal XVIII secolo) caratterizzato da un panneggio di gusto tipicamente ottocentesco, riconducibile quindi alla mano di Molteni; e, al di sotto di questa, una stesura ancora molto integra in Azzurrite (pigmento antico, a base di rame), nella quale si è potuta riconoscere la versione pittorica originale. Inoltre, verniciò la superficie, con un effetto finale di scurimento dei toni, che hanno alterato l’equilibrio cromatico della composizione e reso meno evidente la distinzione fra il fondo scuro e il manto della Vergine.
L’intervento su un’opera così complessa dal punto di vista conservativo ha implicato scelte critiche e tecniche, derivate da una approfondita discussione interdisciplinare che ha accompagnato il restauro in ogni sua fase.
Dal punto di vista strutturale, ad eccezione del taglio della zona centrale, la tela originale si presentava in buone condizioni e ben adesa a quella di rifodero, pertanto è stato deciso di mantenere la foderatura ottocentesca.
Il nostro intervento di restauro si è quindi indirizzato al ristabilimento di un equilibrio cromatico e formale, attraverso la graduale e selettiva rimozione della vernice.
La rimozione di una vernice antica da una stratigrafia naturalmente molto assorbente come quella di una tela non preparata, costituisce ancora oggi un confronto notevole per qualsiasi restauratore, non affrontabile se non attraverso strumenti di controllo puntuali e continui, sfida resa ancor più complessa dalla necessità di utilizzare metodi non acquosi per la natura “magra” e sensibilissima del film pittorico.
La pulitura ha raggiunto l’obiettivo di estrarre ogni residuo di vernice dalla superficie, restituendo gli effetti estetici ricercati dall’artista che lo spesso schermo della vernice offuscava. Secondo la stessa metodologia filologica del restauro, è stato deciso di rimuovere la ridipintura ottocentesca del manto della Vergine e le false decorazioni in oro della veste.
Infine, in corso di pulitura, sul fondo scuro sono state rinvenute le tracce di una scritta in oro, parzialmente consumata da puliture precedenti, che è stato possibile ricostruire mediante la mappatura su di un’immagine macro di ogni frammento d’oro individuato al microscopio. La scritta, purtroppo visibile solo attraverso un grafico di ricostruzione, corrisponde ad un verso del Cantico dei Cantici: “NIGRA SUM SED FORMOSA”.
Il restauro ha permesso dunque di riscoprire un dipinto diverso da quello che eravamo abituati ad apprezzare, che meglio attira l’attenzione del riguardante sull’intimità tenera di una madre e suo figlio, che diventano simbolo e icona della tenerezza divina.
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