Andrea Mantegna, Madonna con Bambino, ca. 1490 – 1500, Museo Poldi Pezzoli, Milano

  • : Intervento di restauro
  • Stato attività: concluso

Dati

Informazioni sull’attività

Informazioni sull’opera

Informazioni storico-descrittive

Le prime notizie dell’opera si hanno nell’Ottocento grazie allo storico dell’arte Giovanni Morelli (1816-1891) il quale, in una lettera scritta all’amico Niccolò Antinori il 23 maggio 1856, cita il dipinto fra i quadri della sua collezione: “una Madonna del Mantegna (a tempera forte) col bambino che dorme che è una meraviglia davvero; la testa della Madonna pur troppo è stata ritoccata. A me fu venduto per ‘quadro della scuola mantegnese’ – ma è indubitabile Andrea Mantegna”.
Nel 1861 la tela fu venduta per 2.000 lire a Gian Giacomo Poldi Pezzoli (1822-1879), probabilmente per pagare un debito di gioco di Morelli. Fu il conte Poldi Pezzoli ad affidare nel 1863 il restauro del dipinto al celebre pittore restauratore Giuseppe Molteni.
Nell’inventario redatto nel 1879, alla morte di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, il valore venale attribuito all’opera da Giuseppe Bertini (1825-1898), primo direttore del Museo Poldi Pezzoli, era già lievitato a ben 15.000 lire.

Tecnica esecutiva

Il dipinto è realizzato con una particolare tecnica artistica, diffusa nel Quattrocento soprattutto nel Nord Europa e indicata col termine tedesco di tüchlein. Tecnicamente si tratta di una “tempera magra”, cioè una stesura pittorica basata sull’utilizzo di un medium a colla animale, che produce un risultato molto diverso dall’olio o dalla tempera a uovo ed è responsabile del particolare effetto opaco e quasi pulverulento della superficie pittorica.
Tali opere non venivano verniciate e quindi non si produceva alcun risultato di saturazione e lucidità della superficie pittorica, per questo le tempere magre erano quasi assimilabili, nel risultato estetico, alla pittura murale.
In epoca passata molti di questi dipinti, non compresi nella loro caratteristica tecnica originaria e nella intenzionalità estetica per cui erano stati ideati, sono stati restaurati in maniera impropria, come fossero tempere di tipo tradizionale e, soprattutto, sottoposti ad una verniciatura finale, per saturare i colori percepiti come troppo “piatti” o “polverosi”, creando, a seconda dei materiali utilizzati, danni irreversibili, sia conservativi che estetici.
Un simile trattamento era stato riservato anche al dipinto in questione, restaurato da Giuseppe Molteni nel 1863, con un doppio intento, conservativo ma anche “migliorativo” dei valori estetici del dipinto, verso il gusto della committenza.
Realizzato su una tela di lino molto sottile, caratterizzata da un titolo di 23 fili/cm sia in trama che in ordito, il dipinto non presenta uno strato preparatorio tradizionale, ma solo una stesura di appretto a base di amido e colla animale che aveva la funzione di rendere la tela meno flessibile e assorbente in modo da facilitare la successiva esecuzione pittorica.
La pellicola pittorica, costituita da veloci stesure di colore diluito, senza stratificazioni successive, è talmente sottile da assecondare perfettamente l’andamento della tela, la cui texture, molto serrata, conferisce allo strato pittorico un aspetto leggermente granuloso.
La tavolozza dell’artista prevede bianco di piombo, cinabro, azzurrite, malachite, lacca rossa e nero a base di carbonio.
Elemento di grande ricercatezza è rappresentato dalle pennellate di oro in conchiglia che impreziosiscono lo sguardo della Vergine, le ciocche di capelli e la veste della Vergine.

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