L’ Ercole e l’Idra è uno dei soggetti della serie perduta delle sei Fatiche di Ercole in argento che furono realizzate tra il 1576 e il 1589 per la Tribuna degli Uffizi, su modelli del Giambologna, dagli orafi Giorgio di Antonio Rancetti e Michele Mazzafirri. Il gruppo in questione pervenne al Comune di Firenze nel 1933 per lascito testamentario, dalla collezione Charles Alexander Loeser. Si tratta di un’opera complessa, che ha subito nel tempo varie vicissitudini, come testimonia il suo aspetto superficiale che risulta penalizzato da una patinatura alterata e da un degrado della cera nelle zone principalmente soggette a rifacimenti.
Il modello è realizzato con un impasto di colore rosso a base di cera d’api addizionato di inerti e pigmenti. Vasari ricorda che per rendere più adatta la cera alla lavorazione “vi si mette dentro un poco di sevo e di trementina e di pece greca; delle quali cose il sevo la fa più arrendevole, e la trementina, tenente in sé, e la pece le dà il colore nero e le fa una certa sodezza dappoi ch’è lavorata nello stare fatta, che ella diventa dura”. Una volta raffreddato questo composto si formano dei “pastelli”, cioè piccoli cilindri, che si possono lavorare e rifinire con il solo calore delle mani. Questi “pastelli” si modellavano per realizzare le parti piene delle figure, che in questo caso sono le gambe e le braccia di Ercole, le teste e la coda dell’Idra (secondo i risultati della TAC). Per realizzare le parti vuote è stato probabilmente utilizzato un foglio di cera che è stato poi curvato e modellato con aggiunte/rimozioni per definire i particolari. L’opera presenta dei segni corrispondenti a dieci tagli funzionali alla successiva formatura a tasselli. All’interno della scultura è presente un perno in ferro a sezione circolare, che si inserisce nella base di legno, attraversa la gamba destra e prosegue nelle zone cave (torace).
L’opera presentava alcune fessurazioni della cera, localizzate in particolar modo nella figura di Ercole. La superficie era coperta da numerose efflorescenze biancastre e da numerosi fori di sfarfallamento dovuti ad un pregresso attacco di insetti xilofagi, attirati dalla componente di cellulosa aggiunta all’impasto della cera per aumentarne la durezza e la lucentezza.
Le parti soggette a rifacimento, come ad esempio il braccio destro di Ercole, sono caratterizzate da una patina molto scura che, contraendosi a causa di un coefficiente di dilatazione diverso dalla materia sottostante, ha lasciato a vista la cera rossa dell’impasto.
L’opera era stata sottoposta ad un intervento di manutenzione del 1990 che si era limitato ad una delicata pulitura della superficie per la rimozione delle efflorescenze biancastre e ad alcune fermature per il consolidamento del braccio e della testa dell’Idra.
L’opera è stata sottoposta ad una TAC per lo studio della tecnica di realizzazione e una migliore comprensione dello stato conservativo. Le indagini non distruttive XRF e FT-IR hanno interessato sia la materia originale, che le integrazioni più tarde. Sono stati prelevati alcuni microcampioni per indagare la composizione della cera originale che è risultata è stata essere una miscela di cera d’api, carbonato di calcio e minio, sulla quale è stata stesa una patina a base di legante proteico, ossido di ferro e resinato di rame, necessaria a conseguire il caratteristico colore del bronzo. Con il tempo la patinatura si è notevolmete scurita acquisendo l’aspetto odierno, a causa del viraggio del resinato. L’impasto ceroso impiegato per il restauro è risultato essere costituito da cera d’api, carbonato di calcio e cinabro.
L’intervento ha riguardato la pulitura per la rimozione dei trattamenti superficiali alterati e il consolidamento delle zone soggette a sollevamenti. Le stuccature realizzate nei precedenti restauri sono state rimosse meccanicamente e sostituite con un nuovo impasto di cera opportunamente pigmentata e intonata all’originale. A termine delle integrazioni materiche, le zone con cromia discontinua sono state uniformate con colori a vernice.
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