La tradizione vuole che papa Gregorio I abbia donato nel 603 un prezioso evangeliario alla regina Teodolinda, in occasione della conversione dei Longobardi alla religione cattolica. A sua volta, Teodolinda ne fece dono alla basilica di San Giovanni Battista, abbattuta nel XIII-XIV secolo per edificare l’attuale Duomo di Monza. Questo atto di donazione da parte della regina è riportato nell’iscrizione posta in grande evidenza sui due piatti che compongono la legatura. Questi, realizzati in oro e impreziositi da gemme e cammei, sono tutto ciò che resta dell’oggetto originario, che comprendeva ovviamente anche un Vangelo, andato perduto.
Assieme ad altri capolavori di oreficeria longobarda e carolingia, databili ai regni di Teodolinda e Berengario I, a cui si sono aggiunti in seguito altri preziosi oggetti, è conservata nel Museo e Tesoro del Duomo di Monza.
Due pannelli in legno fanno da supporto alle lamine d’oro che compongono l’apparato decorativo, fissate tramite chiodi alla sottostante struttura. Il perimetro dei piatti ospita una fascia a rilievo, lavorata ad alveoli, entro cui sono incastonati granati sagomati, resi più vibranti dalla presenza di un foglio d’oro punzonato, fissato sul fondo dell’alveolo e ricoperto da lacca rossa, con funzione sia di collante sia di rafforzativo del colore dei granati. Al centro dei piatti è posto un elemento a croce, anch’esso realizzato in lamina d’oro e arricchito da gemme, perle e vetri colorati, del tutto simile alle cruces gemmatae prodotte dai coevi orafi. La croce ripartisce il piatto in quattro quadranti, in ognuno dei quali è presente un cammeo e un elemento a L in oro e granati entro alveoli. Nei quadranti sono stati fissati tramite chiodini quattro listelli in oro inciso e niellato, che ricordano la donazione di Teodolinda alla basilica di San Giovanni Battista.
L’opera appariva molto opaca, a causa dell’alterazione di vecchi protettivi cerosi, sia naturali che sintetici, e oli applicati in passato sulla superficie. Queste sostanze avevano progressivamente attirato e inglobato polveri e particellato atmosferico, accumulandosi soprattutto nei punti meno esposti alla manipolazione.
Alcuni danni meccanici legati all’utilizzo, quali abrasioni, graffi e lievi schiacciamenti, erano diffusamente presenti su entrambi i piatti della Legatura. Alcuni danni erano invece legati a interventi di sostituzione o nuova incastonatura di alcune gemme, evidente testimonianza delle riparazioni intercorse nel tempo. Ossidazioni nerastre interessavano i listelli niellati. In passato sono anche state integrate, con buona tecnica e utilizzando l’oro come metallo, anche alcune porzioni della fascia perimetrale del piatto inferiore, evidentemente quello più soggetto a danneggiamento durante l’uso. In particolar modo, una porzione piuttosto ampia della fascia in alto a destra è stata integrata con un elemento alveolare in oro, in cui però non sono stati incastonati veri granati, ma è stata realizzata una imitazione cromatica con stucco colorato, ormai completamente alterato. Questa tecnica è stata applicata anche in molti altri punti dell’opera, laddove i granati erano andati perduti. Anche la struttura lignea dei piatti è di evidente sostituzione moderna, come moderni sono i tanti chiodini in ottone utilizzati per fissare le lamine d’oro.
L’intervento di restauro è stato preceduto e accompagnato, durante tutte le sue fasi, da indagini diagnostiche, volte a identificare i materiali costitutivi, i prodotti di degrado e di alterazione e a seguire lo sviluppo della pulitura. Un’indagine radiografica ha consentito di studiare la tecnica di assemblaggio e la sovrapposizione delle lamine auree, con risultati particolarmente utili, in considerazione del fatto che si è deciso di non procedere allo smontaggio dell’opera, sia a causa della sua antichità sia perché le condizioni conservative non richiedevano l’applicazione di una tecnica ben nota e praticata nel laboratorio di Oreficeria dell’Opificio, ma pur sempre rischiosa e usualmente condotta solo se considerata necessaria per il corretto svolgimento delle successive fasi di restauro.
La pulitura ha previsto l’utilizzo di solventi volatili per la rimozione dei vecchi protettivi alterati e la cauta e localizzata rimozione con mezzi meccanici e micro-abrasivi dei prodotti di alterazione del niello, debordati sui listelli incisi con la dedica di Teodolinda. Tramite micro-infiltrazioni di resina mastice diluita in essenza di trementina è stato possibile rivitalizzare gli antichi adesivi che bloccano i granati negli alveoli, provvedendo così al loro consolidamento.
Una innovativa ricerca sperimentale, condotta grazie alla collaborazione con il Laboratorio Scientifico dell’Opificio, ha permesso di procedere all’integrazione dei granati andati perduti, nel pieno rispetto dei basilari criteri di compatibilità dei materiali impiegati, riconoscibilità e ritrattabilità dell’intervento. Come si è detto, una grande porzione della fascia a rilievo alveolata lungo il perimetro del piatto inferiore e molti granati in vari punti dei piatti erano andati perduti, integrati in passato con una sorta di stuccatura colorata. Questo intervento, ormai totalmente alterato nella cromia e nei materiali impiegati, è stato rimosso, procedendo a una nuova integrazione con resina uretano-alifatica, commercialmente nota come “colori per vetro” (Liquid Crystal Pebeo). Questo materiale, disponibile in numerose gamme di colore, è stato testato dal Laboratorio Scientifico dell’Opificio in termini di composizione, compatibilità con i materiali costitutivi dell’Evangeliario, stabilità, durata nel tempo e reversibilità. Dopo aver rimosso la vecchia stuccatura, è stato predisposto il fondo degli alveoli da integrare, provvedendo alla loro doratura con oro a conchiglia, che restituisce l’aspetto vibrante delle originali lamine punzonate. Su questo sono state applicate infinite stesure di vari colori per vetro, accuratamente selezionati per la risultanza della loro sovrapposizione, ogni volta attendendo che il precedente strato fosse completamente asciutto. In tal modo, è stato possibile raggiungere, strato dopo strato, lo spessore desiderato e la corretta vibrazione cromatica, accordandosi di volta in volta con i granati circostanti. Per l’integrazione della grande porzione all’angolo superiore destro del piatto inferiore, è stato riutilizzato il precedente elemento di integrazione in oro, dopo averlo liberato dalla vecchia stuccatura.
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