La storia della città di Prato è legata strettamente fin dall’epoca medioevale, a quella della sua Reliquia, la Sacra Cintola della Madonna. Questo oggetto fu portato a Prato dalla Terra Santa nel XII secolo da un mercante, che lo donò alla pieve di Santo Stefano; la reliquia ha da allora contribuito grandemente ad un’identificazione civica e religiosa della comunità pratese. Alla prima capsella di Maso di Bartolomeo, dove il “sacro cingolo” veniva ripiegato dopo ogni ostensione, è seguito nel 1638 un nuovo reliquiario, realizzato da una bottega milanese e studiato appositamente per contenere l’oggetto disteso ed evitare stress deleteri per il tessuto.
La storica teca in cristallo di rocca ha racchiuso la reliquia della comunità pratese dal 1638 fino al 2008, quando è stata sostituita da un nuovo prezioso astuccio, realizzato dal maestro orafo Giampaolo Babetto. La tradizione vuole che la reliquia venga mostrata in pubblico cinque volte l’anno: Natale, Pasqua, I maggio, 15 agosto e al termine del Corteggio Storico dell’8 settembre.
La Teca reliquiario è composta da una struttura portante in argento dorato su cui si applicano, tramite ancoraggi meccanici e incastri, altre due valve (una per lato) decorate finemente con piccoli elementi smaltati in stile tardo-manierista. Queste due intelaiature bloccano e incorniciano i grandi cristalli di rocca, posti a sigillo della sacra reliquia. La struttura di base termina con placche smaltate speculari dal contorno mistilineo, che incorniciano entro volute contrapposte il volto dorato di un cherubino e culminano esternamente con due piccoli pomelli a balaustro. La cornice del recto è ancorata stabilmente tramite un sistema di viti dorate che si inseriscono mimeticamente attraverso gli elementi decorativi. Quella del verso invece è bloccata tramite una serratura, nascosta anch’essa tra le volute del terminale, che si apre per mezzo di una piccola chiave custodita assieme al reliquiario. Questo meccanismo è stato ideato per permettere di estrarre in maniera agevole la reliquia dal suo contenitore. Tutti gli elementi decorativi sono in oro e smalti, realizzati con una tecnica a metà tra lo champlevé e lo smalto dipinto e rimandano a motivi floreali o fitomorfi, creando l’effetto di un ricco ricamo policromo. Sul lato superiore della teca sono saldati due anelli, attraverso i quali, durante le ostensioni, viene fatto passare un cordone per sostenere con sicurezza il reliquiario durante le cerimonie.
La Teca recava i segni dell’usura secolare, causata dalle numerose ostensioni. La presenza di due anelli lungo il margine superiore è dovuto a specifiche esigenze liturgiche, legate alla necessità da parte del Vescovo di indossare la teca durante l’ostensione ai fedeli dal pulpito esterno della cattedrale. Non solo l’ascesa al pulpito in tali condizioni poteva comportare urti, ma gli abiti stessi del Vescovo potevano impigliarsi nelle decorazioni smaltate aggettanti, con conseguente strappo e perdita. Al contrario della robusta struttura in argento, infatti, i delicati elementi in oro smaltato applicati su di essa risultavano in larga parte spezzati, deformati o lacunosi.
Una volta smontata la struttura in tutte le sue parti è emerso, nella parte interna, un massiccio intervento di saldatura a stagno, volto a stabilizzare i tanti frammenti che compongono le decorazioni perimetrali, ormai consunte. Numerosi elementi della cornice interna risultavano spezzati e mancanti di alcune parti di collegamento. Le superfici metalliche presentavano un buono stato di conservazione, e solo un deposito pulverulento misto a materiali cerosi negli interstizi e nei sottosquadri del modellato.
Essendo rimasto in uso dalla metà del Seicento fino ai giorni nostri, il reliquiario ha subito numerosi interventi di manutenzione; il più evidente, quello di Giuseppe Landini nel 1707, ha visto il totale rifacimento a imitazione di alcuni elementi, riconoscibili dal diverso spessore del metallo e dalla diversa cromia degli smalti.
L’intervento di restauro ha mirato al consolidamento delle varie fratture per un ripristino dell’integrità formale degli elementi e in generale dell’opera.
Questa operazione è stata possibile grazie alla saldatura a mezzo laser, con il quale sono state effettuate numerose saldature sulle parti in oro che risultavano scomposte in più frammenti. Le microsaldature hanno permesso di ricostruire molti elementi decorativi, senza danneggiare gli smalti presenti. Le parti deformate sono state lentamente riportate alla loro forma originale per mezzo di graduali azioni meccaniche e lievi apporti di calore.
Gli elementi decorativi che risultavano lacunosi sono stati integrati con microfusioni in oro, realizzate su calco di altri elementi uguali e integri. La scelta di utilizzare oro di fusione ha permesso l’unione di parti originali e rifacimenti tramite piccole saldature con il laser e ha garantito una perfetta compatibilità tra i materiali originali del reliquiario e quelli aggiunti. Le integrazioni sono state limitate a quelle parti che altrimenti non sarebbe stato possibile ricollocare poiché prive di connessioni. Date le numerose lacune, un esteso intervento di integrazione avrebbe falsato l’originalità del reliquiario. Alcuni elementi meccanici (viti e dadi) che erano andati perduti sono stati riproposti in argento dorato simulando le forme di quelli ancora presenti.
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