L’intervento di restauro si è reso necessario per salvaguardare l’integrità storica, estetica e strutturale dell’opera, nonché per permetterne la corretta e completa fruizione al pubblico. La principale problematica conservativa riguardava il tipo di montaggio che nel tempo aveva causato danni strutturali, limitando tra l’altro la completa lettura della composizione.
Opificio delle Pietre Dure
Soprintendente: Marco Ciatti
Direttore Storico-Artistico del Settore Restauro Disegni e Stampe: Cecilia Frosinini
Direttore Tecnico del Settore Restauro Disegni e Stampe: Letizia Montalbano
Restauratrice, diplomata SAF OPD: Sara Micheli
Fotografo OPD: Fabrizio Cinotti
Indagini scientifiche: Andrea Cagnini, Carlo Galliano Lalli, Giancarlo Lanterna, Monica Galeotti, Maria Rizzi, Isetta Tosini (Laboratorio Scientifico dell’OPD)
Castello Sforzesco
Studiosa ed ex Soprintendente del Civico Gabinetto dei Disegni: Arnalda Dallaj
Soprintendente del Civico Gabinetto dei Disegni: Francesca Rossi
La convinzione che lo studio dei disegni preparatori per grandi decorazioni avesse un ruolo formativo fondamentale nello sviluppo accademico di ogni giovane artista, fece maturare in Appiani la ferma idea di destinare dal 1806 alcuni suoi cartoni all’Accademia di Brera. Fu così che nel corso dell’Ottocento numerosi esemplari, che circolavano in collezioni private, confluirono a Brera e alla Raccolta dei Disegni del museo civico milanese. Gran parte di essi sono oggi riuniti nella Galleria d’Arte Moderna di Villa Reale in un allestimento che prevede l’esposizione permanente delle opere cartacee. Diversamente da queste, Amore che tempra la freccia (mm 1070 x 930, inv. Agg. 770) è rimasto nella raccolta del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco a documentare un momento cruciale nella storia del disegno tra Sette e Ottocento, segnando tra l’altro la piena affermazione dell’artista tra il 1792 e il 1795.
Come emerso dagli studi di Arnalda Dallaj, il cartone in questione è stato eseguito per un affresco a finto bassorilievo, oggi purtroppo fortemente alterato da ridipinture, dipinto sulla volta di un soffitto di palazzo Corio-Casati in via San Paolo, oggi staccato e conservato nella Collezione d’Arte della Banca Popolare di Milano. Tale cartone è da considerarsi un documento di notevole interesse al fine di comprendere la prassi grafica, funzionale ai dipinti murali nel periodo prenapoleonico, in una fase precoce della carriera dell’artista. L’uso dello ‘spolvero’ in effetti non trova riscontro nei cartoni appianeschi più tardi e anche l’insolita essenzialità del segno grafico e la ripassatura a pennello e pigmento liquido sul carboncino sono chiare indicazioni di come il giovane pittore fosse ancora alla ricerca di una propria cifra stilistica originale.
Il cartone rappresenta il giovane dio in posa plastica mentre, con il braccio destro proteso verso l’alto pronto a scagliarsi sull’incudine, è intento a forgiare il suo infallibile dardo. Accanto Venere, spettatrice attenta ed assorta, si volge verso di lui con il volto appoggiato al braccio, mentre pensosa attende che Amore termini la sua opera. Sia per il soggetto, più volte affrontato dall’Appiani nel corso degli anni Ottanta, sia per l’uso dello spolvero, tecnica utilizzata dall’artista solo negli anni giovanili, anche questo cartone è stato giustamente riferito alla prima produzione del pittore, confermandosi quale documento di notevole interesse per comprendere il suo iter creativo.
Amore che tempra la freccia è un cartone preparatorio per affresco eseguito su carta cerulea e composto da 6 fogli incollati lungo il perimetro. La tecnica di realizzazione ha previsto l’impiego di carbone e di un pigmento bruno dato a pennello. Perimetralmente è stata eseguita una riquadratura della composizione realizzata a matita rossa. Lungo le linee di disegno a pennello si possono inoltre rintracciare chiare e precise tracce di foratura, utilizzate per eseguire lo ‘spolvero’ della composizione su una nuova superficie.
Il montaggio storico dell’opera prevedeva la foderatura del cartone con una sottile tela di canapa e l’ancoraggio perimetrale di carta e tela ad un telaio ligneo. Tale montaggio ha comportato il “rimbocco” del perimetro della carta intorno al telaio, provocando la conseguente distruzione e perdita di porzioni di carta. Posteriormente la tela era schermata da carte cerulee da rifodero, incollate tra loro e allo stesso telaio. L’opera risultava inserita all’interno di una cornice di legno. La mancanza di un vetro protettivo anteriore ha comportato nel tempo un notevole accumulo di polvere e la foderatura ha indotto la deformazione di ampie porzioni di carta.
Il cartone è stato smontato dal telaio originale in modo da eseguire la pulitura superficiale del verso e del recto. I lembi di carta ripiegati intorno alle traverse lignee sono stati distesi e consolidati. È stata poi rimossa la tela di foderatura ed eliminato l’adesivo presente sul verso, in modo da riportare alla luce i segni dello spolvero schermati dal collante degradato. Il cartone è stato sottoposto a un blando e graduale tensionamento, eseguito con il metodo dei ‘falsi margini’. Le mancanze sul supporto cartaceo e gli strappi perimetrali sono stati integrati con carta e velina giapponese, i fori lasciati dai chiodi sono stati colmati con polvere di cellulosa e le integrazioni in carta sono state portate a tono con un ritocco pittorico a velature. Anche il telaio, la cornice e le carte cerulee di protezione sono stati recuperati quali significative testimonianze storiche e museografiche.
Le fasi dell’intervento
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