L’opera appartiene alla tipologia degli altari portatili, tipici di un’epoca nella quale il clero si spostava di frequente e necessitava di tutto l’occorrente per la celebrazione della messa. Ad oggi si conservano circa cento esemplari, una decina dei quali in Italia, databili tra il VII e il XIII secolo. Quello di San Geminiano doveva appartenere fin dalla sua creazione al Duomo di Modena, dal momento che il santo patrono di Modena è qui ritratto accanto a Cristo sul lato frontale. L’altare è stato datato dal prof. Peroni agli inizi del XII secolo, in concomitanza con il rinnovo della principale chiesa cittadina a lui dedicata. Come tutti gli altari portatili, anche questo contiene al suo interno un vano per le reliquie, indispensabili per la consacrazione dell’oggetto.
L’altare si configura come una cassetta reliquiario in legno di noce massello, scavato dal lato inferiore e superiore, sul quale è incassata una lastra di granito verde della Sedia di San Lorenzo, circondata da una lamina di argento tirata a martello, incisa a cesello e sagomata come se fosse un coperchio, coprendo anche gli spigoli dei lati verticali della cassetta. Su questo elemento si trovano incisioni niellate.
I lati verticali sono coperti da placchette di argento dorato, sbalzato e cesellato raffiguranti Cristo, San Geminiano, San Nicola, Maria, due sante e i dodici Apostoli, al cui interno si trova un riempitivo ceroso caricato con calcite.
Sul registro inferiore si trova un’altra lamina d’argento, simile a quella superiore. Sulla faccia inferiore della cassetta è inchiodata una lamina di rame inciso e dorato. Ai quattro angoli della faccia inferiore sono fissati con grossi chiodi di ferro quattro piedi di argento fuso, parzialmente dorato, niellato e cesellato, raffiguranti protomi maschili sostenute da una zampa di felino.
All’interno, la cassetta è cava per l’alloggiamento delle reliquie; sulla faccia inferiore si apre uno sportellino chiuso da una serratura di ferro, munita di una sede per la chiave, purtroppo mancante.
La particolare antichità dell’opera e l’uso che ne è stato fatto si riflettono naturalmente nel suo stato di conservazione: le lamine sono in alcuni punti molto usurate e consunte, a tratti frammentarie o deformate; il niello è particolarmente fragile, a causa della scarsa profondità dello scasso praticato nelle lamine per il suo alloggiamento; numerosi i residui di prodotti di pulitura impiegati in passato nelle manutenzioni, accumulatisi soprattutto nei sottosquadra e nelle incisioni. Alcune riparazioni avvenute in passato sono state eseguite con scarsa perizia e attenzione per l’importanza storica ed estetica dell’opera, specialmente per quanto concerne il fissaggio dei piedi con grossi chiodi di ferro, non compatibili con una corretta conservazione. Altri chiodi di ferro erano stati inseriti nelle lamine d’argento instabili, forandole in più punti. Anche la serratura, anch’essa in ferro, appariva molto ossidata e fattore di degrado della struttura lignea limitrofa.
Tra le cause di degrado, oltre all’usura legata all’impiego liturgico, sono da segnalare le operazioni compiute nel corso degli interventi pregressi, quali il fissaggio dei piedi con chiodi di ferro, utilizzati anche per il consolidamento di alcune lamine instabili; la manomissione della pietra superiore per accedere al vano superiore delle reliquie, con conseguente taglio delle lamine perimetrali in argento; l’apertura del vano inferiore; le reiterate puliture, che hanno compromesso la patina dell’argento e hanno lasciato copiosi depositi dei materiali impiegati.
Analisi tomografica eseguita dal Dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna.
L’opera è stata scelta come oggetto di tesi di una studentessa della Scuola di Alta Formazione e Studio, Marianna Cappellina, nell’anno accademico 2007.
Il restauro dell’Altarolo di San Geminiano ha sollevato una serie di problemi di ordine metodologico, legati alla necessità di coordinare le necessità conservative con l’antichità del manufatto, nel perseguimento della risoluzione degli interventi pregressi, a volte particolarmente invasivi. La volontà di conoscere ciò che è celato all’interno dei vani presenti nella struttura lignea (resi visibili dalla tomografia) si è dovuta arrendere di fronte ai possibili danneggiamenti che lo smontaggio della pietra superiore avrebbero potuto causare, limitandosi allo smontaggio della lamina di rame dorato inferiore, che poteva essere rimossa senza pericoli. Questo ha permesso di scoprire il vano maggiore, munito di sportellino, ma sfortunatamente vuoto. Per quanto la pietra superiore fosse già stata rimossa in passato, come testimonia il danneggiamento delle lamine perimetrali, non era necessario né giustificabile dal punto di vista conservativo un nuovo smontaggio. L’intervento si è rivolto essenzialmente al ridimensionamento degli interventi pregressi più invasivi (come l’inchiodatura dei piedi e la rimozione dei chiodi di ferro inseriti a fermatura delle lamine instabili), alla pulitura localizzata delle superfici e al consolidamento della struttura lignea. Il restauro, oltre a mettere l’opera nelle migliori condizioni conservative, è stato anche un importante momento conoscitivo e di approfondimento dei materiali e delle tecniche di realizzazione.
A. Peroni, L’Altarolo portatile di San Geminano, in Romanica, a cura di A. Peroni e F. Piccinini, Panini Editore, 2006, Modena;
A. Peroni, L’Altarolo di San Geminiano, e Il Restauro, di M. Cappellina, in Ori argenti gemme, a cura di C. Innocenti, Mandragora, 2007, Firenze.
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