L’altare d’argento di San Giovanni, opera di più artisti, fu commissionato dall’Arte di Calimala nel 1366 ai maestri orafi fiorentini Betto di Geri e Leonardo di ser Giovanni come ornamento da collocare nel Battistero nelle occasioni di grande festa.
L’altare descrive episodi della vita di San Giovanni Battista attraverso dodici formelle realizzate con la tecnica dello sbalzo, incorniciate da una fastosa ed elegante architettura d’impronta tardogotica impreziosita da smalti policromi e dorature.
Sulla base di legno, modanata e dorata, posano dei pilastri poligonali decorati con nicchie dove sono poste delle figure di santi. Tra la base e il fregio, costituito da una fila di nicchie con ognuna una statuetta, sono inseriti dodici rilievi (otto frontali e quattro laterali) con Storie della vita del Battista.
Al centro, l’edicola con la statua del san Giovanni Battista, opera di Michelozzo. In alto, l’opera è chiusa da una cornice di legno intagliata e dorata, attribuita alla bottega di Giuliano da Maiano.
Il dossale d’argento rimase a decorare l’altare maggiore del Battistero fino alla fine del Trecento per poi essere addossato a un altare mobile posto al centro del tempio, su cui due volte l’anno era mostrato ai fedeli il famoso Tesoro del Battistero, di cui faceva parte anche la Croce. A quel punto l’altare d’argento diventava il centro della città (umbilicus urbis), incarnazione della pietà, ma anche della potenza della Repubblica.
Nel 1447 il dossale sarà trasformato in un altare autonomo, dotandolo di due fiancate arricchite di rilievi e ultimate nel 1483, anno a cui risalgono anche le cornici in legno in alto e in basso.
Il restauro dell’altare proveniente dal Battistero emerge da un articolato progetto entrato in fase attuativa nel settembre del 2006.
L’opera, che costituisce l’esempio più significativo e monumentale dell’oreficeria fiorentina dalla seconda metà del Trecento alla seconda metà del Quattrocento, presentava gravi problemi connessi al rapido avanzamento del degrado, a carico soprattutto degli smalti traslucidi, fortemente compromessi per la presenza di efflorescenze saline, e della superficie del metallo, gravemente offuscata.
L’Altare d’Argento del Battistero di San Giovanni torna ad essere fruibile al pubblico dopo essere stato celato agli occhi dei visitatori per lungo tempo, ma protagonista delle attenzioni di numerosi esperti.
Nell’arco di questo tempo è stato oggetto di un restauro senza precedenti, iniziato nel settembre del 2006 grazie ad un articolato progetto sostenuto dall’Opera di Santa Maria del Fiore in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure; è stato fulcro di studi scientifici, di tesi di laurea, alcuni pezzi sono stati esposti ad una importante mostra a Palazzo Medici, mentre la formella del Verrocchio è persino andata in mostra negli Stati Uniti.
Nella medesima occasione è stato ritenuto indispensabile anche il restauro della Croce Monumentale di Betto di Geri e Antonio del Pollaiolo che per secoli ha sormontato l’Altare, non soltanto nelle cerimonie religiose, ma anche nel precedente allestimento museale.
Dopo un lungo confronto tra le figure professionali degli storici, dei tecnici e degli scientifici si è deciso di affrontare l’articolato restauro con metodologia e tecniche oramai collaudate nel Laboratorio di restauro delle Oreficerie dell’Opificio delle Pietre Dure, attraverso l’utilizzo di materiali tradizionali e scientificamente testati, al fine di ottenere un risultato ottimale e duraturo.
Infatti, il monumentale altare, è stato capillarmente smontato in oltre 1500 pezzi, successivamente sottoposti a un minuzioso intervento di pulitura, consolidamento e eventuale integrazione delle componenti meccaniche e di collegamento, diversificato e calibrato in funzione delle esigenze conservative specifiche delle varie parti e dei diversi materiali costitutivi (circa 200 kg di argento e circa 1050 placchette smaltate).
Parallelamente ha avuto luogo il restauro di tutta la struttura lignea e delle maestose cornici di legno dorato, che ha riportato alla luce il finissimo lavoro di intaglio.
Varie sono state le difficoltà affrontate, ma anche le interessanti scoperte rese possibili soltanto grazie alla separazione delle componenti metalliche dalla struttura lignea: accorgimenti tecnici e incisioni visibili sul retro delle lamine si sono dimostrati fonte di meraviglia e di stimolanti opportunità di studio e di approfondimento storicotecnico.
Tutte le fasi del restauro sono state affiancate e supportate scrupolosamente dal laboratorio scientifico dell’OPD, con la collaborazione spesso di strutture e tecnici esterni, come il Centro di Restauro Archeologico di Firenze, il Dipartimento di Fisica Nucleare dell’Università di Firenze, l’Università di Bologna, la stazione sperimentale del vetro di Venezia, grazie ai quali è stato possibile effettuare un imponente e inedito quantitativo di analisi, creando così un vasto database che speriamo risulti fonte di riferimento e comparazione per studiosi e tecnici, come anche la documentazione fotografica archiviata.
Sezione successiva
